FOIED VINO PAFO CRA CAREFO
Lo ammetto: non sono un conformista. E non mi piacciono gli schemi rigidi. E così, poco tempo fa, ho deciso di prendermi uno sfizio. Sono andato in giro a condurre, diciamo così, un’inchiesta. Mi sono appostato in una strada ben frequentata di un paese della Tuscia (non dirò quale) e ho posto una domanda, sempre la stessa domanda, a uomini e donne di ogni età: “Scusi, sa cosa significa Foied vino pafo cra carefo?”. Ed ecco i risultati dell’inchiesta, che, sia chiaro, non ha nessun valore scientifico, perché il campione è assolutamente casuale. Ma il risultato è, mi sembra, comunque interessante.
Il 10 per cento degli intervistati, appena gli ho rivolto la domanda hanno sbarrato gli occhi e mi hanno chiesto se per caso non avevo altro da fare e si sono allontanati scuotendo la testa.
Il 25 per cento ha invece risposto: “Potrebbe essere una formula magica, come abra cadabra, sim sala bin o bibidi bobidi bu”. Uno degli intervistati ne era certo: secondo lui, molti anni fa il Mago Zurlì aveva pronunciato esattamente questa formula magica. Parecchi altri intervistati, più o meno il 20 per cento, hanno pensato che si trattasse di un indovinello o un anagramma o un rebus senza figure e insomma uno di quegli enigmi che di solito propone la “Settimana Enigmistica”. Altre risposte: “è uno scioglilingua”, “una frase senza senso che s’è inventato lei per prenderci in giro”, “una frase in una lingua straniera”.
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Dioniso e Arianna |
Scherzi a parte, la frase misteriosa un senso ce l’ha ed esercita su di me un grande fascino. E lo eserciterà anche su di voi, se avrete la pazienza di seguirmi.
Stavo scrivendo il mio libro: “Le ricette di nonna Angelina” (2006, Davide Ghaleb Editore), quando mi sono posto una domanda alla Marzullo: “D’accordo, a Vignanello si producono ottimi vini. Ma da quando?”. Ho fatto una ricerca e mi sono dato la risposta.
Almeno dal VII secolo a.C., forse. Ma sicuramente dal IV secolo a. C. e quindi da 2400 anni (più o meno), come dimostrano gli scavi archeologici, per lo più condotti nei primi decenni del Novecento. Non sappiamo come si chiamasse all’epoca, ma dove adesso sorge Vignanello, c’era un insediamento falisco, arroccato sul piano del Molesino e circondato da mura tufacee. Come è noto, i falisci erano per ceppo e per lingua cugini dei latini, ma politicamente e culturalmente integrati con gli etruschi. Nella Vignanello di allora viveva una popolazione prospera e ben organizzata, dedita allo sfruttamento delle risorse della selva cimina, alla pastorizia, all’agricoltura e in particolare alla coltivazione della vite e alla produzione del vino. La dimostrazione? Eccola.
Al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, nella sezione riservata alla cultura falisca si trovano numerosi reperti ritrovati a Vignanello (nella Necropoli della Cupa, tomba II, nella Necropoli del Molesino tomba a camera n. 15, eccetera). Sono reperti non importati da officine etrusche, ma prodotti nell’agro falisco, tutti di ispirazione dionisiaca. Dionisiaca! E basterebbe questo a dimostrare la grande confidenza di quel popolo con la cultura del vino. Certo, il vino d’allora non era il vino che consumiamo oggi: era denso, fortemente aromatico, ad elevata gradazione alcolica, da miscelare con acqua, ma sempre vino era: vino d’uva. Ecco qualche esempio del vasellame che è stato ritrovato a Vignanello. Uno stamnos falisco a figure rosse con fanciulle e bambinello alato ( lo stamnos è un vaso panciuto con due manici, col quale si portava il vino a tavola per servirlo ai convitati con un lungo mestolo di bronzo). Un’oinochoe falisca a figure rosse con scena dionisiaca (l’oinochoe è un boccale per il vino con imboccatura trilobata e una sola ansa). Una kylix falisca a figure rosse con Satiro e Lasa (la kulix o patera è una specie di scodella con manici e piedino, un lussuoso calice, insomma, col quale si beveva il vino. Quanto a Lasa, è un demone femminile alato, armato di torcia, che simboleggia il destino e, accanto a un personaggio, ne indica la forza vitale). Altra kylix falisca a figure rosse con Dioniso e Satiro, del famoso pittore detto “di Villa Giulia”. Eccetera. Tutti questi reperti sono del IV secolo avanti Cristo.
Il più importante, secondo me, è l’imponente stamnos falisco a figure rosse con Dioniso e Oinopion, ritrovato nella necropoli del Molesino (tomba a camera n. 15), che risale anch’esso al IV secolo a.C. ed è attribuito al Pittore di Herakles.
L’abile mano del pittore ha disegnato un giovane nudo in piedi (Bacco), che si rivolge a un altro giovane seduto di fronte a lui, con ramo d’alloro e timpano (Oinopion). Che tratto incisivo! E che atmosfera, riesce a creare il pittore! Bacco ha nella mano sinistra il tirso, il lungo bastone simile a uno scettro, che ha la pigna per puntale ed è avviluppato d’edera e pampini intrecciati. E nella mano destra ha un kantharos, una ricca tazza per bere vino, con anse e piedistallo. Sono i simboli della sua divinità. E parla, Bacco, spiega, anzi: rivela a suo figlio Oinopion, che gli sta di fronte, il mistero del vino. E Oinopion ascolta in religioso silenzio. In basso, sul lato sinistro, è rappresentata una fanciulla con un corno, che è il bicchiere delle libagioni rituali.
Oinopion (chiamato anche Enopio o Enopione),“Colui il quale (sa) fare il vino”, è figlio di Bacco e Arianna. E ha altri fratelli: Evante “il fiorente” e Stafilo, “il grappolo d’uva”. Dioniso – si racconta – volle che i figli regnassero su una terra particolarmente adatta alla coltivazione della vite. E a Oinopion, il prediletto, assegnò la migliore: l’isola di Kios. Grazie alle rivelazioni di Oinopion, gli abitanti dell’isola di Kios furono i primi a conoscere i segreti della coltivazione della vite e della produzione del vino. Furono i primi, ma la conoscenza di questi segreti si diffuse ad altri popoli animati dalla stessa devozione.
E questo vaso dimostra, in forma mitica, che nel IV secolo a.C., a Vignanello, si produceva e si beveva il vino.
Del resto, tutte le comunità falische, dal Cimino al confine con Veio, dalla riva destra del Tevere all’odierna via Cassia, erano dedite al culto di Bacco, ai convivi, al vino e all’amore.
“Sì, va bene! – dirà chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui –, tutto questo che ha a che fare con la frase criptica con la quale sono cominciate tutte queste chiacchiere?”.
Arrivo subito alla spiegazione.
A Falerii, antica capitale falisca (oggi Civita Castellana, che si trova a meno di venti chilometri da Vignanello) sono state ritrovate due splendide kylikes falische a figure rosse, anch’esse del IV secolo a.C. (tomba n. 4, CXXVIII, della Necropoli della Penna). Sono due kulikes gemelle, una delle quali è meglio conservata. Si possono ammirare, come gli altri reperti di cui s’è già parlato, al Museo di Villa Giulia.
Sul piatto delle kulikes sono disegnati Bacco e Arianna, nudi. Bacco è dietro di lei (ha il tirso nella mano sinistra). Si avvicina a lei, sta per abbracciarla, con delicatezza, e cerca le sue labbra. Arianna, bellissima, molle e trasognata, non lo fa attendere, s’inarca e porge all’amante la sua bocca.
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Dioniso e il figlio Oinopion |
Sulla sinistra (per chi guarda) è raffigurata una civetta, l’uccello del malaugurio: è lì per ricordare ai due amanti e a tutti noi, che, purtroppo, la vita è breve.
Ed ecco arriviamo, finalmente, alla spiegazione della frase misteriosa.
Intorno al piatto della kulix meglio conservata (la numero d’inventario 1674) c’è scritto, da destra a sinistra, in lingua falisca: FOIED VINO PAFO CRA CAREFO. (Nell’altra kulix, la numero 1675, la parola “pafo” è sostituita da “pipafo”, d’identico significato.) E che significa? In latino (lingua dello stesso ceppo del falisco) suonerebbe così: “Hodie vinum bibam, cras carebo”. E in italiano: “Voglio berlo adesso il vino, perché domani, (quando non ci sarò più) dovrò farne a meno”. Dal contesto si deduce che il vino di cui si parla è certamente il vino d’uva, ma anche il vino dell’amore!
E’ il concetto del Carpe diem oraziano, lo stesso ripreso più tardi da Lorenzo il Magnifico: “Ecco Bacco e Arianna belli e l’un dell’altro ardenti…”. Solo che l’anonimo pittore (e poeta) falisco, l’aveva detto qualche secolo prima di Orazio e quasi duemila anni prima di Lorenzo il Magnifico.
Siccome, ci scommetto, ci sarà qualche Pierino che dirà: “Non può essere così: quella scritta è stata apposta dopo, in tempi più recenti!”, è meglio dire subito che la frase è stata dipinta prima che fosse applicato lo smalto alle kulikes e questa è la prova che non può essere stata sovrascritta successivamente.
Che v’avevo detto? Non è affascinante? Ed è ancor più affascinante se pensiamo, con un po’ d’immaginazione, che quel Foied vino pafo cra carefo non è l’invenzione di un pittore poeta, ma un detto popolare. Questo non sono in grado di provarlo, ma a me piace pensare, che in terra falisca, nel corso dei banchetti festaioli, si invitavano i convitati ad alzare i calici colmi di vino e a brindare con queste parole: Foied vino pafo cra carefo! |