La fotoritratto del banner è di Giovanni Tinelli, l’artista della fotografia industriale.
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L'uomo capovolto

 

 

Le piante, ovvero l’uomo capovolto
Mia madre viveva a Capriglia di Pellezzano, su quelle colline dalle quali si scorge il mare di Salerno. Un luogo sereno, allora. Dove E.A.Mario, che lì era nato, si rifugiava per scrivere le sue indimenticabili canzoni, da La leggenda del Piave a Santa Lucia luntana a Tammurriata nera. L’acqua potabile s’andava a prendere alle fontane pubbliche. In Piazza c’erano il Palazzo Comunale e la Chiesa (A Maronna r’o Carmine). E per andare a Salierno s’andava con la corriera o in carrozzella. All’epoca quasi tutti avevano ‘nu ciardino. Era in genere la continuazione della casa. Vi si accedeva scendendo qualche scalino. E chi non aveva un pezzo di terra contiguo si comprava (o affittava) un piccolo appezzamento non troppo lontano oppure si creava un giardino pensile, su un terrazzo. E il giardino doveva avere il suo piccolo orto, qualche albero da frutta e lo spazio dedicato alle erbe aromatiche. Insomma, laggiù, a Capriglia di Pellezzano, si conviveva col mondo vegetale. Persino le erbacce che crescevano fra i detriti, a ridosso delle case, quelle che per l’odore disgustoso si chiamavano ‘e fetiente, nessuno si curava di strapparle, perché erano considerate in qualche modo “parte della casa”. Al Vespro, quando risuonavano le campane della chiesa, le zie scendevano in giardino e innaffiavano le piante. Guardavano con attenzione se stavano tutte in salute. Coglievano i pomodori, le cipolle rosse e il basilico. E ci parlavano, con le piante.
Quando mia madre si trasferì a Roma a lavorare come ricamatrice, portò con sé l’amore per il verde. Piazzò sul balcone una decina di vasi di terracotta e ci piantò gerani, garofanini, il gigantesco basilico salernitano, piante grasse, eccetera. Durante il giorno era molto indaffarata: doveva ricamare, consegnare il lavoro, fare la spesa e le faccende domestiche, ma la sera, al crepuscolo, prima di preparare la cena, si dedicava alle piante. Le passava in rassegna una per una. Toglieva le foglie secche, smuoveva la terra per farla respirare, innaffiava, controllava il drenaggio. Le accarezzava. E ci parlava. E al momento giusto, arricchiva la terra col concime. “Perché le piante devono essere sempre ben nutrite. Sono come i bambini, che se li trascuri appassiscono”.
Ecco: osservando mia madre ho cominciato anch’io ad amare il mondo vegetale. A considerare le singole piante come esseri viventi. Che tali sono: viventi. E per questo meritano rispetto. Devono essere curate quando si ammalano e devono essere ammirate quando s’agghindano di fiori per attrarre gli insetti e proliferare.


Il fiore del jambo brasiliano, foto di Piercarlo Sanna.

Testa sotto e sesso all’aria
Ho detto “esseri viventi”. E su questo non c’è dubbio. Ma non somigliano agli esseri umani.
Prendete un qualsiasi manuale di giardinaggio, parlate con un giardiniere, vi capiterà di sentire una frase come questa: “Il timo per crescere in salute deve avere i piedi all’ombra e la testa al sole”. E’ una metafora, certo, ma una metafora sbagliata e fuorviante. Davvero pensiamo che le radici del timo, dell’ulivo o della rosa siano “i piedi” e che la parte aerea sia “la testa”?
L’uomo tende a vedere dappertutto la figura umana: pensa a Dio e gli viene in mente un signore barbuto, d’età matura e onnipotente. Pensa al diavolo e se lo figura come un uomo di colore rosso, con le corna e la coda. Fantastica sugli alieni e gli viene in mente un essere con tre occhi e un gran testone, ma tutto sommato assai simile all’uomo. E infine: vede un albero e identifica la chioma con la testa e le radici con i piedi. C’è una sterminata letteratura e un gran numero di film che dimostrano questa idea antropologica che l’uomo ha delle piante. Ma se proprio vogliamo avvicinare la pianta all’uomo, dobbiamo rovesciare la similitudine. La parte radicale è la “testa”, che comprende la bocca, con la quale si nutre, e nervature sensibili, che indicano dove cercare il nutrimento, dove estendersi per meglio vivere in quel luogo.
E del resto, mi pare che proprio questo concetto intuisca Dante nel XIII canto dell’Inferno (“Per le nove radici d’esto legno vi giuro…”). Pier delle Vigne, che sconta la pena trasformato in albero, giura sulle proprie radici e non sulla propria chioma. E sappiamo che quando si giura, si giura sulla propria testa e non sui propri piedi. Quanto ai commentatori, ritengono che il verso debba essere interpretato come un giuramento sulla sua anima. Le “nove radici” starebbe per “nuove” e quindi: “strane, sorprendenti”. E in effetti, considerare che la testa dell’albero o della piantina sia collocata sottoterra è davvero sorprendente. Sorprendente, ma vero.
E la parte aerea, allora? Sono i piedi? No, non sono i piedi, non servirebbero a nulla. Non potrebbe, la pianta, camminare nell’aria. La parte aerea della pianta è il sostegno dei suoi organi sessuali. E’ l’esposizione della sua bellezza, il richiamo d’amore, come la coda del pavone o il fischio del merlo: vuol dire “ecco: sono bella e forte, sono in grado di procreare!”
Quest’idea del rovesciamento della metafora uomo-pianta, m’è venuta in mente ammirando l’esplosione sessuale di una Yucca elephantipes o guatemalensis, che coltivo su una scarpata. E’ un’agavacea, originaria dell’America centrale, caratterizzata dall’assenza di spine all’apice delle foglie. E’ alta sei metri. Bene. Ad aprile - maggio, dalla rosetta delle foglie in cima al tronco, spicca, quasi all’improvviso, un poderoso dardo, un enorme sesso, che si dirama ed espone una miriade di piccoli fiori bianco-crema, campanulati, riuniti in spighe o festoni. Fiori dal profumo lievemente dolce ed erbaceo e, a quanto pare, edibili. In seguito si formano piccole bacche, prima verdi e poi, a ottobre, color foglia secca. Ciascuna contiene una decina di semi, neri, lucidi, poco più grandi di una capocchia di spillo. Tanti semi, perché la specie non s’estingua.


Yucca elephantipes in erezione

L’Eros verde
Le piante dunque, hanno le loro esigenze, il loro carattere, le loro ambizioni, le loro pulsioni sessuali. E come gli esseri umani, hanno grandi (non infinite) capacità di adattamento e soprattutto hanno una gran voglia di vivere e di figliare.
Ho detto pulsioni sessuali. E’ un’espressione esagerata? Basta guardare con attenzione. Della yucca ho detto. Ma se vi soffermate ad ammirare il modo di porgersi dei fiori di una pianta qualsiasi, piccola o grande che sia, non potrete evitare di notare quanta sensualità ci sia nel loro profumo, nei colori vistosi che assumono, nell’aprirsi dei petali carnosi. Devo a questo punto rendere omaggio a Mariagrazia Semeraro, che ha voluto indagare con la sua macchina fotografica digitale su "la vita segreta dei fiori" esplorandone la sensualità e l'erotismo. Nelle sue macrofotografie possiamo osservare gli organi genitali, il desiderio impudico e l’attività sessuale della pianta.


Macrofotografie digitali Mariagrazia Semeraro:
"La vita segreta dei fiori", dalla mostra "Sex", maggio 2007,
Bottega d'arte Pietra di luna", Trani

Eppur si muove
Si è sempre pensato che la vera insormontabile differenza tra l’uomo e la pianta sia il movimento. Ma ne siamo proprio sicuri? Darwin e le recenti ricerche sembrerebbero dimostrare il contrario. A meno che non si insista nel dare anche al movimento una connotazione eccessivamente antropomorfica. Se si pensa che “muoversi” significa farsi la valigia e partire in aereo, oppure correre alla Maratona di New York, allora la pianta non si muove. Ma c’è un movimento ch’è proprio della pianta, la quale, appunto, a modo suo, si muove. E a ragione.
Torniamo alle radici, che, rovesciando la metafora corrente, costituiscono “la testa” della pianta. “Testa” naturalmente non è la parola giusta (è una parola che rischia di farci cadere di nuovo nel vecchio vizio dell’antropomorfismo, che abbiamo sopra criticato). Si tratta piuttosto degli organi della pianta che presiedono a tre fondamentali funzioni: la stabilizzazione dell’individuo (che come sappiamo non può camminare), la ricerca del cibo e il nutrimento. Le radici si allargano e si approfondiscono, per dare stabilità alla pianta (“radicarsi”). E si diramano, per raggiungere le fonti di nutrimento e nutrirsi con le loro mille boccucce. Cercano, si muovono, si dirigono là dove c’è l’acqua e dove la terra è più ricca. E se una vena di nutrimento si esaurisce, cercano altrove. E se sulla strada incontrano un sasso, lo aggirano. Sembra quasi che si muovano con… intelligenza. Fino a pochi anni fa era vietato parlare dell’intelligenza degli animali. I bacchettoni urlavano che ciò non può essere. Solo gli uomini sono stati dotati dal Creatore dell’intelligenza. Gli animali, tutt’al più, possono seguire il loro istinto. Eppure, oggi, gli studiosi del comportamento animale parlano correntemente dell’intelligenza degli animali. Sarà pure sui generis, ma è intelligenza (Danilo Mainardi, tra gli altri). Non oso pensare cosa direbbero i soliti bacchettoni se io dicessi che anche le piante hanno una loro forma d’intelligenza. Ma ormai l’ho detto. E comunque lo penso. Che io lo pensi, ovviamente, non significa nulla. Così come non significa nulla che i bacchettoni pensino il contrario.
Ora però, a confortare quest’ipotesi, giungono degli studi che sembrano dimostrare l’esistenza di una sorta d’intelligenza “sotteranea” della pianta.

Neurologia delle piante
Charles Darwin, in “The power of movement in plants”, asseriva che gli apici delle radici si comportano come un cervello esteso, del tutto simile a quello degli animali inferiori.
La verità di queste asserzioni è stata confermata dal “Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale” LINV, di Firenze, che ha ora un sito: www.linv.org e una rivista: “LINViato”, di cui è uscito il n.1 (dicembre 2006-gennaio 2007).
Studiando le radici con tecniche elettrosiologiche, ricercatori italiani, tedeschi e slovacchi guidati da Stefano Mancuso hanno scoperto che una piccolissima regione, circa 1 millimetro dell’apice della radice (ma dipende dalla specie) presentava delle particolarità sorprendenti. Quella microparte “consumava una montagna di ossigeno e assorbiva ioni a tutto spiano, anche se a prima vista non produceva niente”. Da questo fatto si è dedotto che nelle piante si svolge un’attività di tipo neurale che utilizza neurotrasmettitori e sinapsi a partire dall’estremità delle radici.


Sviluppo radicale di una piantina, da www.micosat.it

Un’intelligenza diffusa, a rete
A quanto pare, la cosiddetta regione di transizione agisce come un vero centro di senso e di calcolo della pianta. Ed è in grado di riconoscere una miriade di segnali diversi provenienti dall’ambiente: ossigeno, acqua, gravità, luce, nutrienti, per citare solo i principali, ed è in grado di elaborare queste informazioni per rispondere in maniera adeguata. La pianta non ha un cervello centralizzato, ma una rete diffusa di piccoli centri di calcolo formata da tutti gli apici radicali e lavora in maniera simile ad internet. “È un orizzonte inesplorato”, spiega Mancuso. “Dai risultati delle nostre ricerche è ormai chiaro che anche le piante ragionano o meglio si arrovellano per risolvere l’identico problema degli animali, sopravvivere. Con le radici, anche se non lo vediamo, le piante si muovono a caccia di cibo. E noi abbiamo dimostrato in laboratorio che in qualche modo quella radice memorizza come meglio evitare gli ostacoli. Le piante hanno anche una certa coscienza di sé. Diversi esperimenti hanno mostrato che, prendendone due geneticamente identiche, due cloni, mettendole accanto, quella che è messa in ombra dall’altra si muove alla ricerca della luce. Se invece si accorge di essere essa stessa a farsi ombra con un ramo, nulla accade”.

Quell’intelligentone del mais!
Le piante, dunque, “ragionano”. Ma quali siano le piante intelligenti e quelle stupide non si sa ancora. Secondo l’Enciclopedia della vita (www.eol.org) che è appena nata sul web (2007), pare che ci siano nel mondo 250.000 specie di piante con fiori (sono quindi escluse le felci, le muschiose briofite, i licheni e le alghe e naturalmente i funghi che nemmeno appartengono al regno vegetale). Ed è ovvio che tra queste 250.000 specie ci siano piante più o meno stupide e più o meno intelligenti. E come si fa a misurare l’intelligenza? Torniamo a Mancuso, che spiega: “Per misurare il quoziente intellettivo di un ratto lo si mette in un labirinto e si guarda quanto impiega ad arrivare al cibo”. E per quanto riguarda le piante? La risposta: “Si è visto che una radice di mais inserita in un labirinto la cui meta era dell’azoto, ci arriva senza sbagliare, trovando la via più corta”. Insomma, un caso di organi di senso raffinati. Per le altre 250.000 specie di piante occorreranno altrettanti esperimenti.

L’orologio interno
Le piante non cessano mai di stupire chi le ama. Racconterò ora un fenomeno che mi ha colpito e che continua a colpirmi periodicamente, tutte le volte che si manifesta. Non posso spiegare perché avvenga, non è il mio mestiere. Ma avviene.
L’Echinopsis multiplex è una cactacea globosa d’origine brasiliana. Ha fiori imbutiformi che compaiono numerosi dalla fine di maggio a settembre: sono rosa pallido, lunghi 20 centimetri e larghi 15. Meravigliosi ed effimeri. Si aprono al crepuscolo (ma non sempre) e durano al massimo due giorni. Hanno un delicato profumo di rosa e gelsomino. L’esposizione ideale è ai raggi del sole filtrati da fogliame. E’ una pianta che si moltiplica facilmente, separando i germogli globosi, che hanno radici proprie, dalla pianta madre. Ed ecco il fenomeno sorprendente. L’echinopsis cresce in fretta e ogni anno a primavera, divido la “mamma” dalle “figlie” e creo nuovi vasi. Nel corso degli anni ho regalato a varie persone un esemplare di questa cactacea, che ha, tra gli altri, il pregio di non ammalarsi mai e di richiedere poche attenzioni (è il suo carattere: non è come i pelargoni che vogliono carezze e paroline, l’echinopsis è spinosa e preferisce starsene per i fatti suoi). Ed ecco quello che accade: il giorno della prima fioritura, che è di solito a metà maggio, tutte le echinopsis, quelle che stanno sul mio patio e quelle che sono emigrate in luoghi lontani e climaticamente diversi, fioriscono contemporaneamente. E lo stesso avviene molte altre volte ancora, per tutta l’estate. Mamma, figlie e nipotine innalzano spudoratamente le loro tube rosa pallido, quasi obbedendo ad un preciso ordine della natura o a un misterioso orologio interno.

 

 

Dormire, sognare forse.
Fino a poco tempo fa si pensava che solo i mammiferi e gli uccelli fossero capaci di abbandonarsi ad un sonno ristoratore. Ora gli scienziati hanno aggiunto a questa ristretta schiera anche gli insetti, eccetera. E le piante? Nella rivista a cura del già citato Laboratorio di neurobiologia vegetale, LINViato, n.1, si analizza il problema. Linneo, nel suo “Somnium plantarum”, scritto nel 1775, a coronamento dei suoi studi sulla posizione che assumevano, durante la notte, le foglie e i rami di certe piante, parlò di “sonno”. E non in senso metaforico. Al contrario, riteneva che questo comportamento fosse simile a quello degli animali. Non riuscì a dare una spiegazione del fenomeno, ma intuì che la causa del movimento delle foglie fosse la luce.
Il fenomeno è evidente in alcune specie e meno in altre, ma un fatto è certo: alcune piante, se non tutte, s’addormentano di notte e si svegliano di giorno. E quando dormono assumono una posizione particolare che è diversa da specie a specie. Secondo LINViato, “Questa molteplicità di posizioni notturne risponde ad una legge generale, perché si nota nelle foglie una forte tendenza a riprendere durante la notte la posizione che avevano nel germoglio”. Non è commovente? Si comportano come i bambini, e non solo i bambini, che per dormire assumono la posizione fetale.
Non è ancora chiaro per quali motivi le foglie si aprano di giorno e si chiudano di notte. La luce attiva questi meccanismi, ma non li produce. Gli studi proseguono. Chi vuole saperne di più vada sul sito del Laboratorio www.linv.org.

 
Calliandra portoricensis, da sveglia (a sinistra) e dormiente.
E’ una pianta dell’America centrale conosciuta anche come "acacia fiocco di neve".

Concludendo, le piante sono esseri viventi, hanno il loro carattere, la loro sensibilità, si muovono alla ricerca del nutrimento, sono in qualche modo intelligenti, hanno una certa coscienza del sé. E dormono, proprio come noi, per ricaricarsi e affrontare un nuovo giorno. Sognano?

 

 
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