La fotoritratto del banner è di Giovanni Tinelli, l’artista della fotografia industriale.
menu provvisorio


E se le amazzoni fossero esistite davvero?

 

Sapevo ben poco delle amazzoni: ch’erano un popolo di donne guerriere, che affrontavano il nemico a cavallo, armate di un micidiale arco di bronzo e che per tirare le frecce senz’impaccio s’amputavano la mammella destra. Tutto qui. Un po’ poco, e forse neppure tutto vero. Ma siccome per la testa mi frullava una strana idea (e vi dirò poi quale), ho voluto approfondire.
Ho consultato vari libri e mi sono trovato subito di fronte a tanta confusione. Ed è logico: i miti sono nati quando non c’era ancora la scrittura e ognuno li raccontava a modo suo, tagliando o aggiungendo qualcosa. E così, i miti, sono arrivati fino a noi appesantiti da varianti spesso contraddittorie e digressioni. Ma siccome sono un tipo testardo, mi sono tuffato in quel garbuglio, alla ricerca di un filo narrativo.

Cominciamo dal nome: amazzoni. L’etimologia è incerta. Molti autori classici considerano la “a” iniziale un’alfa privativa che rende nullo il successivo nome μαζός, versione ionica di μαστός, che vuol dire "seno". Quindi, “amazzone” dovrebbe significare "senza seno". Ma questa interpretazione non mi convince. Soprattutto perché, se andate ad ammirare le statue dell’antichità classica che raffigurano le ammazzoni, scoprirete che si tratta di bellissime donne con due (dico: due) floridi seni. L’Amazzone ferita, per esempio, ch’è conservata nei Musei Capitolini di Roma ed è la copia di una statua di Policleto. O l’Amazzone detta “del tipo Mattei”, conservata ai Musei Vaticani, che dovrebbe essere la copia d’un originale di Fidia. O le Amazzoni conservate al Museo archeologico nazionale di Atene. E così via. Tant’è vero che alcune fonti, citate da Wikipedia, sostengono che la “a” iniziale sia un rafforzativo di μαστός, e quindi la traduzione sarebbe "donna dal grande seno".
 
Le adoratrici della Luna
Robert Graves, il poeta inglese che ha dedicato la vita a studiare i miti greci, dice dal canto suo che “amazzone” deriverebbe dalla parola caucasica “masa”, luna. Quindi le Amazzoni sarebbero le “donne - luna” ovvero “adoratrici o sacerdotesse della Luna”.
Questa informazione che ci fornisce Graves non è di poco conto: ci dice infatti che le amazzoni appartenevano a quella cultura diffusa in tutta l’Europa neolitica (ma anche in Libia e Medio Oriente) ch’era basata sul culto della dea madre. La Luna era il simbolo celeste della Grande Madre e il matriarcato la sua forma in terra. Era una società agreste e pastorale in cui il calendario scandiva le fasi dei lavori nei campi e a queste fasi collegava significati e riti religiosi. La regina poteva scegliere un principe consorte (il re, il Sole), ma questi, veniva sacrificato il tredicesimo mese (prima realmente e poi simbolicamente), per fecondare le colture col suo sangue. Gli uomini potevano cacciare, pescare, custodire greggi e armenti, difendere la tribù dalle invasioni, ma dovevano restare sottomessi alle leggi del matriarcato. Questa cultura, pare, sopravvisse a lungo e in molti luoghi, finché non fu sopraffatta dalle diverse ondate di invasioni ariane e semite. Il Sole prevalse sulla Luna e la civiltà patriarcale si sostituì a quella matriarcale.
Lo scontro di civiltà risuona ovunque in questo mito. I greci non fanno altro che vantarsi delle vittorie di Bellerofonte, Eracle e Teseo sulle amazzoni, definite “ingiuste” e “spudorate”. Alcune varianti truculente del racconto (“lasciavano in vita solo le figlie femmine”, “rompevano le ossa dei figli maschi perché non potessero combattere o ribellarsi”, eccetera) mettono in luce l’odio ideologico e l’avversione che i greci nutrivano per il popolo delle donne e in definitiva per una cultura, quella matriarcale, ch’era stata sconfitta, ma forse non ancora annientata.

mappa Mappa inglese del 1770 che ricostruisce la geografia del Caucaso
secondo le fonti letterarie greco-romane.
La carta mostra la Sarmazia asiatica, l'Albania caucasica,
la Scizia e la Palude Meote: tutti luoghi variamente citati dagli
autori classici come patria delle Amazzoni.O

L’esodo

Le amazzoni vivevano in origine nella Scizia, presso la palude Meote, e cioè nella regione in cui il il fiume Don
sfocia nel Mar d’Azov.
amazzoneIl fiume si chiamava allora Amazzonia, ma in seguito fu chiamato Tanais, dal nome del figlio della regina Lisippa. Accadde che Afrodite volle punire la regina delle amazzoni perché era bellicosa e disprezzava il matrimonio. E così suscitò in Tanais un’amorosa passione per la madre, ma il ragazzo, per non cedere al desiderio incestuoso, preferì gettarsi nel fiume e annegò. Da allora, il fiume Amazzonia si chiamò Tanais e conservò il nome per tutta l’antichità.
Questo tragico episodio cambiò la storia del popolo delle amazzoni. La regina Lisippa non riusciva a darsi pace. E per sfuggire all’ombra lamentosa del figlio decise di lasciare quel luogo infausto e guidò il suo popolo alla ricerca di una nuova terra. Costeggiando il Mar Nero, le adoratrici della Luna giunsero all’opposta sponda, alla foce del fiume Termodonte (che i turchi chiamano oggi Terme). Lì si fermarono. Il popolo fu diviso in tre tribù e furono fondate tre città.

La nuova Matria
Lisippa, prima di morire in battaglia, fondò la città di Temiscira e sconfisse tutte le tribù rivierasche fino al Tanais. E col bottino di guerra eresse templi alla Dea Madre (che i greci identificarono con Artemide) e ad Ares.
Le amazzoni combattevano a cavallo. Avevano in dotazione arco e frecce, una pesante ascia bipenne, da usare nel corpo a corpo, e un piccolo scudo a forma di mezzaluna. I copricapo, le vesti e le cinture erano fatte con pelli di bestie feroci. Le cariche della cavalleria erano così impetuose che mettevano in fuga il nemico ancor prima di entrare in contatto. E infatti le discendenti di Lisippa riuscirono ad estendere ulteriormente l’impero: sulla riva settentrionale del Mar Nero, oltre il Tanais, fino alla Tracia e, a sud, fino alla Frigia. Poi s’impadronirono di gran parte dell’Asia Minore e della Siria e fondarono le città di Efeso, Smirne, Cirene e Mirina. Attaccarono anche Troia, quando Priamo era ancora un bambino (ma si dice anche che più tardi, quando scoppiò la guerra con i greci, la regina Pentesilea corse in aiuto di Priamo ormai vecchio, trovando la morte per mano di Achille).
Dunque le bellicose amazzoni vivevano nella regione del fiume Termodonte. Le loro città, e Temiscira in particolare, divennero floride. In tempo di pace, gli uomini lavoravano in casa, nei campi e nei pascoli e le donne si dedicavano al governo, alle funzioni religiose e alla caccia. Il loro sport preferito erano i giochi Targarèi, che secondo Wikipedia, avevano grande fama nell’antichità. Si trattava di un combattimento sull’acqua a eliminazione: cinquanta amazzoni armate di un’asta, in piedi su agili barche chiamate titalnès, si affrontavano sul Termodonte: vinceva la competizione l’amazzone che riusciva a gettare in acqua le altre concorrenti.
Ma un’altra sciagura stava per abbattersi sul popolo delle adoratrici della Luna.
O   Lo storico latino Plinio racconta che si svolse una gara tra Fidia, Policleto e Crésila per la miglior statua di Amazzone da collocare nell'Artemision di Efeso.
Questa Amazzone Capitolina è la copia dell’opera di Policleto, che risultò vincitore della gara.


Eracle a Temiscira

Prima che scoppiasse la guerra di Troia, Euristeo ordinò a Eracle di compiere l’ennesima fatica: la conquista della cintura d’oro d’Ippolita, regina delle amazzoni. Con la sua flotta di nove navi, Eracle gettò l’ancora nel porto di Temiscira. Ippolita gli fece visita e rimase colpita dalla straordinaria bellezza del corpo erculeo. Secondo Karoly Kerenyi c’è un dipinto vascolare in cui è rappresentata questa scena: l’eroe è seduto, rilassato. L’amazzone è di fronte a lui, in calzoni, all’uso degli sciti, forse gli dice qualcosa con voce soave e gli porge la cintura, quella cintura che il padre stesso, Ares, le aveva donato. Una scena serena, forse sta per sbocciare un grande amore. Ma Era è in agguato (la dea odia Eracle, figlio di Alcmena, perché è stato concepito a tradimento dal suo sposo, Zeus). E scombina tutto. Sparge la voce che Eracle e i suoi compagni vogliono rapire la regina e aizza le amazzoni, che s’infuriano e si lanciano all’assalto delle navi. La città è percorsa dalle grida e dallo sferragliare delle armi. Eracle pensa d’essere caduto in un tranello e prima che Ippolita si renda conto di quello che succede, le strappa la cintura, l’uccide e raggiunge i compagni. Una carneficina. Le amazzoni sono costrette alla fuga. Eracle conclude così la sua sesta fatica (ma per altri è la nona). Lasciamo Eracle alla sua nuova mission impossible e torniamo alle adoratrici della Luna.
Decimate e umiliate, riorganizzano le loro file, radunano i cavalli superstiti, raccolgono armi e bagagli e partono, alla ricerca di una nuova Matria. Al loro seguito, gli uomini, o forse, come dicono alcuni, un popolo di uomini, l’amico popolo dei gargarensi. Stavolta si lasciano alle spalle il Mar Nero e si dirigono verso oriente. Dopo un lungo, estenuante viaggio, decidono di fermarsi nell’Albania Caucasica, la “terra dei fuochi”, sulle sponde di un altro mare, il Mar Caspio.
E che proprio lì si fossero insediate, lo conferma Teofane di Mitilene, che, a quanto riferisce Strabone, aveva personalmente esplorato la regione, all’epoca della guerra di Pompeo contro Mitridate, nel primo secolo avanti Cristo.


Figli e figlie
Ma come si riproduce un popolo di sole donne? La risposta più logica è che la società matriarcale non elimina gli uomini, li asserve e li usa anche per la propria soddisfazione sessuale e per la procreazione. Ma Strabone, che cita Teofane di Mitilene, ci fornisce una risposta diversa. Dice che le amazzoni giunsero nella terra dei fuochi insieme con i gargarensi.
A quel punto i due popoli si separarono. Le amazzoni si stabilirono in pianura, sulle rive del fiume Mermoda (forse l’attuale Kura), non distante dal mare. E I gargarensi sui monti vicini. Allo sbocciare di ogni primavera le giovani amazzoni lasciavano le loro case e in religiosa processione raggiungevano un luogo preciso, in cima ad una montagna che segnava il confine fra i due territori. Lì s’incontravano coi giovani garganensi e restavano insieme due mesi, abbandonandosi a promiscui amplessi notturni, benedetti dalla Luna. Appena un’amazzone s’accorgeva d’essere incinta tornava a casa. Le figlie femmine restavano con le madri e venivano istruite nell’arte della caccia e della guerra. I figli maschi, appena svezzati, venivano affidati ai gargarensi, i quali, non potendo stabilire chi fosse il padre, li distribuivano a casaccio nelle loro capanne. Questo riferisce, più o meno, Strabone.
Dunque, ricapitolando, le amazzoni, cacciate da Temiscira, giunsero nell’Albania caucasica e lì si stabilirono, alla foce di un fiume, forse il Kura, sulle sponde del Mar Caspio. E ci restarono a lungo, se è vero che, secoli dopo, una regina delle amazzoni, che alcuni chiamano Minizia e altri con nome diverso, lasciò la corte albanese per andare a incontrare Alessandro Magno nell’Ircania, con la speranza di avere un figlio da lui (si coricò con Alessandro per tredici notti consecutive, ma non rimase incinta e se ne tornò a casa).
Ed erano ancora lì, nel primo secolo a.C., quando Teofane esplorò la regione.
Qualcuno potrebbe dire: “Tu metti questi fatti in successione cronologica, mentre il tempo del mito non ha né capo né coda!”.
Giusta osservazione, ma quello che a me interessa di capire è solo se questa è una favoletta o se invece c’è qualcosa di vero e, in particolare se le amazzoni, in un tempo sia pure imprecisato, vissero davvero nell’Albania caucasica.


Il paese dei fuochi.

Dunque, nel 1997 mi è capitato di andare in Azerbaijan per un servizio giornalistico. L’Azerbaijan è quello che Marco Polo chiamava “la terra dei fuochi” e che gli antichi chiamavano Albania. Ho incontrato scrittori, economisti e politici, ho visitato Baku, “la città del vento e dei cavalli”, la torre Maiden, le moschee, la Chiesa di San Michele. Ho gustato il caviale del Caspio, le melegrane e il basilico rosso. Ho acquistato tappeti e cianfrusaglie nei mercati azeri. Ho reso omaggio al sommo Nezami, l’autore di “Leyla e Majnun”. Ho visitato lo sterminato e inquietante “cimitero delle sonde petrolifere” e gli impianti di estrazione più moderni. Sono andato a vedere Ianar Dag, dove le fiamme escono alte e crepitanti dai crepacci, quei fuochi alimentati da affioramenti di idrocarburi che tanto impressionarono Marco Polo. E ho visitato la Casa del fuoco, Ateshgyakh, un antico tempio zoroastriano, oggi museo, che fu costruito intorno al “pozzo del fuoco perenne”. Di questo e altro ho riferito in Ecos n. 6 del 1997.
Ma soprattutto ho visitato Gobustan. Per cercare le prove, o almeno qualche indizio concreto, sulla presenza delle amazzoni nella regione.


Gobustan
A una sessantina di chilometri a sud di Baku, non lontano dal mare e dal fiume Kura, c’è un’area di straordinaria importanza per gli studiosi della storia e della protostoria. Il paesaggio è oggi arido e polveroso: pochi arbusti rinsecchiti e piantine con rami grigi e tenaci come spago.
In alto, lontano, si vede l’orlo dell’altopiano, ch’era un tempo coperto dal mare. Quando le acque si ritirarono, l’altopiano si sfaldò in parte e le lastre di arenaria crollarono giù, una gobustansull’altra, creando cumuli di pietre,
anfratti e grotte.
Pare che i primi insediamenti umani risalgano a circa 15.000 anni fa.
E non c’è dubbio che le prime tribù che capitarono da queste parti
pensarono d’aver trovato un posto meraviglioso. C’erano ripari, grotte grandi come cattedrali per riunire la tribù, una savana ricca di animali
selvatici e sull’altopiano una vasta prateria per far pascolare i cavalli.
E nei pressi: fonti d’acqua, fonti di fuoco, un fiume e un mare. Non era questo un posto ideale anche per le amazzoni?
Due grandi attrazioni di Gobustan sono il tamburo di pietra e
l’iscrizione del centurione Lucio.


   
Parete con graffiti di diverse epoche
Pietra come tastiera
Il tamburo di pietra, gavaldash, è una lastra risonante, grande come un tavolo da pranzo, tenuta sollevata da un cuneo di pietra. E’ d’arenaria e cioè di sabbia consolidata d’origine marina, ma particolarmente compatta, omogenea e di scarsa porosità: qualità che non sfuggirono agli antichi abitanti del luogo. I quali non la trovarono lì, ce la portarono, quella lastra, accomodandola su un sasso di supporto. Siccome è sollevata, se si percuote con una pietra, l’onda armonica non si trasmette al suolo e si ha così l’effetto gong. Il suono è metallico, simile a quello delle campane ed è diverso a seconda del punto in cui si batte. Pietra come tastiera. Ci sono almeno due gavaldash a Gobustan: servivano a comunicare, a chiamare a raccolta, a suonare, forse, per accompagnare danze o cerimonie religiose.



La bandiera di Lucio

Un’altra attrazione di Gobustan è un’iscrizione recentissima, del primo secolo d.C.. Un centurione romano scolpì su una pietra il proprio nome e una data: “Imp. Domitiano Caesare Aug. Germanico, Lucius Iulius Maximus Legionis XII Ful.” E cioè: “Lucio Giulio Massimo della XII Legione Folgore, al tempo dell’Imperatore Domiziano”. E’ inciso con forza, a chiare lettere. Voleva forse dire: “Ecco, qui arrivò Roma”, con lo stesso orgoglio di chi ha piantato una bandiera sulla luna. Era il capo d’una centuria? Arrivò qui da solo o coi suoi soldati? Sappiamo solo che a quell’epoca la Legione Folgore era in Siria. E sappiamo anche che questo luogo rappresentava all’epoca un importante nodo viario. Qui si congiungevano le strade che dall’oriente persiano erano dirette verso le steppe del nord. E c’erano acqua e grotte per ripararsi. Non si sa altro. Come e perché Giulio Massimo sia arrivato sin qui, rimane un mistero.
Due attrazioni interessanti, ma altro m’interessava a Gobustan.

Graffiti

A Gobustan sono stati individuati più di venti insediamenti stabili, luoghi di sosta e grotte santuario. Sono stati catalogati seimila graffiti. La maggior parte dei quali risalgono al 5000-8000 a.C., ma alcuni – pare – addirittura a 15.000 anni fa.
Di particolare interesse la Grotta Madre, Anazaga, una sorta di cattedrale dell’età della pietra. E’ la prima che ho visitato. All’ingresso si notano subito un bue del 7000 a.C. e un piccolo alce del 1000 a.C. In basso a sinistra, cinque donne, che sono state disegnate, forse, quindicimila anni fa. Sono state scoperte da poco, quasi per caso: si distinguono solo quando i raggi del sole hanno una certa inclinazione. All’interno sono stati ritrovati strumenti e utensili in osso o pietra e sulle pareti ci sono numerosi graffiti di epoche diverse, spesso sovrapposti. Molte generazioni hanno lasciato il proprio segno: mani incerte e mani sicure si confondono. E scendendo, si risale nel tempo. Geologia e storia si rivelano a vicenda. Il colore dominante è l’ocra nelle sue varie tonalità, dal giallastro al rossiccio (già, l’ocra!, il colore femmineo del “sangue della vita”).
Uscito dalla Grotta Madre, ho percorso l’area in lungo e in largo e ho potuto ammirare altri
mille graffiti. Gobustan
Come in Picasso distinguiamo il “periodo rosa” dal “periodo blu”, qui possiamo individuare i diversi stilemi che si sono succeduti dall’età della pietra all’età dei metalli. Ci sono figurine femminili viste di profilo, caratterizzate da floridi seni e glutei cicciosi; altre, anch’esse di profilo, sono tatuate; altre figure, stavolta sia maschili, sia femminili, hanno in mano un “qualcosa”, forse un arco, aggiunto però in epoca successiva...
Ci sono anche figure di uomini, esili e lunghi come ombre...
E poi scene di caccia e di danza e figure stilizzate di animali: cavalli, tori, gazzelle, leoni...
E barche, a volte simili a vascelli vikinghi, a volte snelle come canoe...
Le prime attirarono l’attenzione dell’antropologo norvegese Thor Heyerdahl, che ha visitato Gobustan parecchie volte, tra il 1961 e il 2002 (anno della sua morte), proprio per studiare
queste incisioni. Pare che in Svezia ci siano graffiti identici.
E a partire da questa osservazione, Thor Heyerdahl ha formulato l’ipotesi che gli scandinavi
possano essere originari di questa regione. Può darsi. Perché no? E allora, dico io, le barche più snelle, simili a canoe, non potrebbero raffigurare le titalnès delle amazzoni?
Sono indizi vaghi, quelli raccolti finora, ma pur sempre indizi. Qualcosa di più concreto lo trovo in alcune grandi figure frontali (alte fino a due metri), per lo più femminili, come si deduce dal bacino e dalle ampie cosce, il cui busto è attraversato da linee trasversali.
Cosa rappresentano queste linee trasversali? Forse...

 

 
“Le Sette Bellezze”, particolare.
Il b/n consente di distinguere
meglio le linee dell’incisione.

Tra i ciottoli bianchi e il sole a picco, arrivo alla “Grotta delle sette bellezze”. Ed ecco davanti a me una visione indimenticabile: sulla pietra sono raffigurate sette giovani fanciulle. Sulle loro spalle, due segmenti precisi. Sono archi, forse. O faretre. Non c’è dubbio: sono sette fanciulle guerriere. Sono sette amazzoni.
Sì, dico a me stesso: qui, a Gobustan, il mito si fa storia.
Lo so: qualcuno dirà che la mia ricostruzione del mito è arbitraria e che la mia ipotesi conclusiva è folle (del resto, chi andrebbe in giro per il mondo a dire: “qui è passato Pinocchio” o “questo è il bosco di Cappuccetto Rosso”?). Dicano pure. A me piace di pensare che sia proprio così: e cioè che le amazzoni, in un tempo imprecisato, vissero a Gobustan e vi lasciarono un segno. In fondo cos’è un mito? Un racconto. E io l’ho raccontato così.
Copyright © 2007 by CLIC. Tutti i diritti riservati.