La fotoritratto del banner è di Giovanni Tinelli, l’artista della fotografia industriale.
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Con Primo Levi sul Nautilus

 

 


Nel 1980 ebbi l’onore di accompagnare Primo Levi in un breve viaggio per mare, a bordo della “Castoro sei”, una nave posatubi della Saipem.
Levi morì nel 1987. Nel ventennale della morte, un po’ per rendergli omaggio, un po’ per abbandonarmi al ricordo di quel mio fortunato incontro, pubblico qui, per la prima volta, i miei appunti inediti su quella “piccola avventura” e alcune riflessioni successive.
Per quanto riguarda le foto alle quali mi riferisco, sono quelle del servizio fotografico realizzato allora da Andrea Nemiz, il famoso fotografo della “dolce vita” romana. Le foto sono tuttora conservate, mi auguro, negli archivi dell’Eni e dell’Agenzia Giornalistica Italia.
Io avevo allora 36 anni appena compiuti ed ero un “giovane” in via d’affermazione, Levi aveva 61 anni ed era uno scrittore affermato in tutto il mondo.

L’inizio della storia
Come è potuto accadere che Primo Levi, “uomo di terra”, come lui stesso si definiva, abbia accettato di andar per mare su una nave posatubi, un monstrum marino ch’era allora all’avanguardia nel suo genere? Andò così.
Nel 1979, il Presidente della Saipem, Enrico Gandolfi, lesse “La chiave a stella”, che aveva vinto quell’anno il Premio Strega, e ne rimase fortemente colpito.
Gian Maria Angioy, ch’era allora external relation manager della Saipem, mi raccontò che Gandolfi gli fece acquistare più di duemila copie del libro, per mandarlo in regalo a tutti i lavoratori della Saipem, in occasione delle feste di fine d’anno. E accompagnò il dono con una lettera, nella quale scriveva tra l’altro: “Il protagonista è uno di voi! Vorrei che i nostri riuscissero a identificarsi con Faussone (il protagonista de “La chiave a stella”). E vorrei che Primo Levi conoscesse la Saipem perché possa rendersi conto che senza volerlo ha scritto una storia che parla della nostra realtà, che parla di noi”.
Insomma, Gandolfi, letto il libro, volle conoscere Levi.
Il presidente della Saipem rivolse l’invito ufficiale e Levi sembrava interessato, ma restio a muoversi. Fu lo scrittore Gian Luigi Piccioli a stanarlo. Gian Luigi Piccioli, l’autore di “Inorgaggio”, “Arnolfini”, “Epistolario collettivo”, “Sveva”, eccetera, era stato fino a pochi anni prima inviato speciale di Ecos e aveva conservato un ottimo rapporto di collaborazione con la rivista. Parlò con Levi e tentò di fargli accettare anche l’idea di un reportage sulla Castoro sei da pubblicare su Ecos. Levi prese un po’ di tempo per decidere, ma alla fine accettò.
E così, prima di Natale, Levi fece visita agli uffici della Saipem di San Donato Milanese.
Angioy lo accolse e lo accompagnò dal presidente. In quell’occasione i due si conobbero e rimasero da soli a parlare per un po’.
E il viaggio fu varato. A noi di Ecos fu affidato l’onore e l’onere di accompagnarlo. E ad Andrea Nemiz il compito di fotografare l’avvenimento.

Comincia il viaggio
Il viaggio si svolse dal 23 al 25 marzo del 1980. Levi arrivò in aereo da Torino e ci raggiunse nella Redazione di Ecos, ch’era allora nel grattacielo dell’Eni, all’Eur. Mi colpì il fatto che era vestito come se dovesse andare ad una conferenza letteraria o a passeggio per le strade di Torino: aveva giacca marrone piuttosto attillata in tweed e pantaloni “in tinta” con la piega ben stirata. Insomma, sportivo, ma elegante. Mentre io, viaggiatore incallito, indossavo una comoda giacchetta verdastra con cento tasche, non troppo diversa da quella che portava Nemiz. Il primo incontro fu divertente: Gigi Valgimigli, uno dei redattori, e Levi scoprirono d’avere qualche ricordo in comune: parlarono di luoghi di campagna in Piemonte, di una Villa, mi pare di proprietà dei Levi e di una gigantesca edizione della Divina Commedia che aveva a che fare, mi pare, con la biblioteca di quella villa.
Poi andammo all’aereoporto, Levi, Nemiz e io.
A Palermo arrivammo nella tarda mattinata.


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Con Primo Levi ad Erice


La pasta con le sarde

Nel corso della breve sosta a Palermo, dietro mia insistenza, prima di avviarci in automobile a Mazzara del Vallo, ci fermammo in un ristorante del centro. Lì mangiammo la pasta con le sarde, un piatto tipico palermitano. E’ strano, io ricordo con esattezza le mie sensazioni di fronte a quel piatto che gustavo per la prima volta, ricordo le mie osservazioni tra un boccone e l’altro, sull’uso del fior di finocchio selvatico nella cucina meridionale… E così via. Ma per quanto pendessi dalle sue labbra, non ricordo un commento da parte di Levi sulla pasta con le sarde. Cattiva memoria da parte mia? No. Ricordo anzi una mia sensazione di disagio, come sempre accade quando un argomento conviviale cade nel vuoto.
Qualche tempo dopo, seppi che il giorno in cui Levi s’incontrò col presidente della Saipem, Angioy, Piccioli e Levi andarono insieme a pranzo in un ristorante di Melegnano, a pochi chilometri da San Donato Milanese. Un ristorante ricco di vini e cibi raffinati. Angioy mi disse che scoprì, in quell’occasione, “la totale indifferenza di Levi per il buon mangiare”. A chi gli suggeriva questo o quel piatto, sembra che rispondesse “qualunque cosa per me va bene”.
Le affermazioni di Angioy spiegano perché il mio ciarlare di pasta, di sarde e di finocchio selvatico cadde nel vuoto: Levi non proferì parola semplicemente perché della cosa non gli importava più di tanto. E sorbì le mie osservazioni solo per cortesia. Ma riavviò la conversazione, ponendomi domande sui miei viaggi, su paesi lontani e sull’industria petrolifera. Queste cose, sì, che lo interessavano.
Mangiammo, prendemmmo l’automobile che avevamo prenotato, Nemiz si mise alla guida e cominciammo ad attraversare la Sicilia. Salimmo su, fino a quello spendore di Erice, e con gli occhi riuscimmo ad abbracciare tutto il Mediterraneo, fino alle coste della Tunisia. E poi visitammo Selinunte. I templi in rovina, i marmi accatastati, le colonne mozzate e i capitelli abbandonati sul terreno, ci fecero tornare in mente quadri di De Chirico e pagine di Borges. Ci riempimmo la bocca di sole, di mare, di vento e di parole. Fu una gran bella passeggiata. Verso sera arrivammo a Mazzara del Vallo, nel trapanese, a due passi da Marsala. Mangiammo del semplice pesce spada alla griglia col salmoriglio e poi subito a letto.
Il giorno dopo partimmo dall’eliporto Birgi di Trapani con un elicottero della Saipem e sbarcammo venti minuti dopo sulla Castoro sei, in mezzo al Mediterraneo.

A bordo della nave-non nave
Levi rimase impressionato dalla visita del Castoro sei e ne descrisse in modo mirabile le caratteristiche nel suo reportage. Accennò allora che quella nave-non-nave e il comandante Pietro Costanzo gli ricordavano in qualche modo il Nautilus e il capitano Nemo. E scrisse poi: “Il Capitano Pietro Costanzo mi vorrà perdonare se l’ho avicinato qui al Capitano Nemo, misantropo, vendicativo e luciferino; né d’altronde il Castoro è un sommergibile: ma come il Nautilus, il suo ventre è gremito di meraviglie. Come i sommergibili (e d’altra parte viene appunto tecnicamente definito semisommergibile), e come le baleniere di un tempo e di oggi, è una nave – non nave, una nave per cui il navigare è un compito sottinteso e laterale, ma che in sostanza è destinata ad altri compiti più definiti. I congegni che contiene destano meraviglia appunto per l’estrema raffinatezza con cui essi tendono a uno scopo preciso ed insolito: deporre in fondo al mare, a profondità finora mai raggiunte, un tubo rigido d’acciaio rivestito di cemento, manipolandolo come se fosse leggero e flessibile al pari di un tubo di gomma”. 
E venne l’ora di cena. Ricordo ancora il brusio e la concitazione che si crearono intorno alla tavola. Per i lavoratori della Saipem c’erano due ospiti: uno celebre ed amato, Ecos, e uno meno noto, l’autore del libro ricevuto in regalo dal Presidente per Natale, un uomo importante, dunque: da conoscere. Molti avevano letto “La chiave a stella”, altri si proponevano di leggerlo al più presto. Qualcuno diceva d’aver letto “Se questo è un uomo” o “La tregua”. Volavano le domande e tutti si accalcavano, volevano ascoltare. Ma Levi non aveva tanta voglia di rispondere. Voleva porre le sue domande. E ciascuno parlava secondo la propria esperienza. Levi era tutto compreso nel ruolo di reporter e cercava qualcosa, con le sue domande e nelle risposte che gli arrivavano da ogni lato della tavolata. E si appuntava tutto su un quadernetto. Alla fine lo trovò quel quid: le esperienze di quei lavoratori, operai, ingegneri, geologi, informatici e marinai gli avevano fatto tornare in mente “l’uomo dal multiforme ingegno” (“quello che aveva navigato per dieci anni per mari strani, e le cui virtù prime, più assai del coraggio che pure non gli mancava, furono la pazienza e l’ingegno molteplice”). E quello fu il filo che seguì, scrivendo il l’articolo bello che scrisse per Ecos.
Quanto a Nemiz, gli stessi racconti degli uomini della Saipem suggerirono un reportage sulle mani. Le mani che costruiscono, tirano, tagliano, montano e smontano, legano e risolvono, parlano, pensano. Un grande reportage fotografico. Dei cibi e delle bevande che passarono sulla tavola non ho memoria (la buona cucina e i cuochi della Saipem erano noti nel gruppo Eni: si mangiava bene ovunque, nelle piattaforme off shore, sui mezzi della flotta, nei cantieri…). Quanto a Levi, penso che non ci fece proprio caso, ma scrivendo di quella chiacchierata al tavolo della mensa, scrisse che avvenne “davanti a bicchieri di vino buono”.

 

OFoto di gruppo sul Castoro Sei
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La notte delle stelle

Dopo cena e dopo tante chiacchiere, alcuni andarono a rilevare i compagni per il turno di notte. Tutti gli altri a dormire. A me era stata assegnata una cuccetta in una cabina piuttosto grande che dividevo con alcuni tecnici e operai della Saipem. A Levi, per riguardo, una cabina meno trafficata che doveva dividere solo con Andrea Nemiz. Ma Levi e Andrea non andarono subito a letto. Si fermarono sul ponte. Si sentiva soltanto il respiro del mare e lo strano ansimare metallico del Castoro sei. “Quella notte – mi raccontò poi Andrea, – Levi m’insegnò a leggere il cielo: Mi confidò che una delle sue passioni segrete era di perdersi nel firmamento nelle notti serene. Mi insegnò a riconoscere la posizione della Stella Polare, dei Carri, m’indicò le Pleiadi e la cintura di Orione. Si può entrare nel cielo, se si impara a leggerlo, mi disse, e quando questo avviene, ci si rende conto di quanto poco vale, questo nostro mondo”.
Più tardi si ritirarono nella cabina. Il letto era a castello. Levi dormiva sotto. Nemiz sopra. Il fotografo era un po’ imbarazzato: considerava Levi un grand’uomo. “Al momento di spogliarci per andare a dormire – mi raccontò – ci siamo dati entrambi le spalle. Io rapido montai sulla scaletta per raggiungere il letto che mi era stato assegnato. L’occhio mi cadde senza volerlo su Levi. Era ancora voltato verso la parete e stava ripiegando i pantaloni. Era in camicia: vidi le gambette nude ed ebbi un’impressione forte: la fragilità fisica di un grand’uomo. Subito distolsi lo sguardo, per rispetto e per pudore, e mi raccolsi nel mio giaciglio”.

Il mattino ha l’oro in bocca
Io mi svegliai prestissimo. Nella mia cabina c’era un via vai di gente: quelli che smontavano dal turno di notte e quelli che andavano al lavoro. Chi entrava e chi usciva dalla doccia. Mi vestii, mi misi  in testa il mio berretto irlandese in tweed e uscii sul ponte. Eravamo, più o meno tra Pantelleria e la costa africana. In alto, in cima alla cabina di comando, se non ricordo male, c’erano due sterne, degli uccelli marini bianchi con sfumature grigiastre. Si riconoscono facilmente perché hanno il capo nero, il becco acuminato da tuffatore e la coda lunga e forcuta. Feci per avvicinarmi per osservarli meglio. Quelli erano all’erta, ma non si mossero. Si sentivano al sicuro sulla loro postazione. Decisi di aggirarli, per avvicinarmi senza che mi vedessero. E così feci. Ma giunto dalla parte opposta del ponte, un colpo di vento mi strappò il cappello. Lo rincorsi, sbracciai, cercando di afferrarlo: le due sterne, spaventate da quel trambusto, s’involarono, mentre il mio cappello in tweed irlandese si tuffava in mare. Solo allora mi accorsi che Levi era dietro di me, seduto sul ponte, con la schiena appoggiata alla parete della cabina: aveva in mano penna e taccuino. Già scriveva, di buon mattino. S’era gustato la buffa scena. E rise della mia goffaggine.

Il ritorno
Il viaggio si concluse il giorno 25 marzo 1980. Percorremmo all’inverso il viaggio d’andata: attraversammo il mare con l’elicottero e la Sicilia in automobile. All’aeroporto di Palermo ci separammo: lui tornava a Torino, Nemiz ed io a Roma. Nell’attesa gli chiesi la firma sul mio “La chiave a Stella”. Lui scrisse una bella dedica, in cui parlava tra l’altro di “riconoscenza”. Mi sembrò allora una parola esagerata, forse dettata a Levi dalla sua signorilità. Ma fatti (e parole) successivi dimostrano che lui scrisse esattamente quello che sentiva. Era grato a Gandolfi e alla Saipem, a Piccioli, a Ecos e a tutti quanti avevano in un modo o nell’altro favorito quel viaggio. E nell’incipit del suo reportage scrive infatti: “trenta ore trascorse sul Castoro sei sono state un dono raro per un uomo di terra quale io sono”.

Il 6 aprile comparve su “La Stampa” di Torino un breve articolo di Levi sul suo viaggio: “Ospite del capitano Nemo”.
E alla redazione di Ecos arrivò il suo reportage: “Uomini dal multiforme ingegno”. Lo pubblicammo, con le foto di Andrea Nemiz, nello “Speciale Uno” di Ecos, dedicato al Gasdotto Algeria-Tunisia-Italia, che uscì a maggio.
Nel 1984, “Uomini dal multiforme ingegno” fu pubblicato di nuovo nel volume “I Racconti di Ecos”, con le illustrazioni di Giuseppe Megna.
Sia lo “Speciale Uno”, sia “I Racconti di Ecos”, sono ormai introvabili. Chi non ha avuto la fortuna di riceverlo allora, potrà forse trovarlo in qualche biblioteca pubblica o nelle biblioteche dell’Eni, a Roma, a San Donato Milanese o altrove. Consiglio di andarlo a leggere: secondo me è una perla della produzione letteraria di Levi. Vi si sposano mirabilmente l’evocazione letteraria e la spiegazione del fatto tecnologico, in una scrittura asciutta, scorrevole e persino gioiosa. Penso che Levi provò gioia nel ricordare e nel descrivere la sua “piccola avventura”.


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Il Castoro Sei dall'alto


Un velo di tristezza?

Molto tempo dopo, nel gennaio del 1994, mi telefonò da Londra un certo Ian Thomson. Seppi poi che s’era laureato a Cambridge, aveva insegnato l’inglese in Italia e aveva tradotto in inglese, tra l’altro, dei racconti di Sciascia. In quel periodo, stava scrivendo una biografia di Primo Levi. Qualcuno gli aveva parlato del viaggio sulla Castoro sei. E a me, che lo avevo accompagnato in quell’occasione, pose una serie di domande. Diciotto per la precisione. Voleva sapere tutto su quei tre giorni, che riteneva molto importanti.
Consultai i miei appunti, frugai nella memoria e gli risposi per iscritto qualche giorno dopo, inviandogli anche foto, documenti e un elenco di indirizzi di persone che potevano fornirgli utili informazioni (Nemiz, Piccioli, Angioy…).
Il libro di Ian Thomson,“Primo Levi: a Life”, fu poi pubblicato nel 2002 da Hutchinson, Londra. E’ un libro di valore che consiglio a chi ama Levi e vuole conoscere la sua vita. E’ il frutto di un lavoro di dieci anni in cui il biografo ha compiuto minuziose ricerche e innumerevoli interviste con tutti quanti lo conobbero. Il libro è ora disponibile in due edizioni: Vintage books (UK) e Picador (USA).
“Primo Levi: a Life” è un volumone di oltre 600 pagine, tre delle quali sono dedicate alla “piccola avventura” di Levi in Sicilia e nel Mediterraneo. Thomson la ricostruisce, attingendo ai miei ricordi e a quelli del Capitano Costanzo, di Nemiz, di Piccioli, di Angioy, eccetera. Un’avventura, secondo Thomson, che lo divertì e gli tenne alto il morale per settimane.
Ma torniamo al 1994. Tra le domande che Ian mi pose ce ne fu una che mi fece pensare a lungo. Mi disse che il capitano Costanzo, che aveva già intervistato, gli aveva parlato di un “velo di tristezza” che attraversava gli occhi di Primo Levi e voleva sapere da me cosa ne pensavo.
Lui lo chiedeva a me e io lo chiesi a me stesso.
Forse c’era. Tutti ne parlavano. Non solo Costanzo. Anche Gian Maria Angioy mi aveva detto: “Non l’ho mai visto sorridere, sempre triste, sembrava disinteressato ad ogni cosa, solo gli occhi erano vivi e mobili, neri e profondi”.
Anche secondo Gian Luigi Piccioli, il velo di tristezza c’era: “Era l’ombra del Lager che non l’abbandonava mai, anche dopo decenni: Levi era assillato da un’ossessione: ciò che è accaduto può accadere di nuovo. Lui mi disse queste cose. E non riusciva a perdonarsi d’essersi salvato solo perché era chimico industriale e perciò considerato utile, in teoria, dai suoi aguzzini…”.
Anche Nemiz mi disse di aver notato spesso sul suo volto, anzi negli occhi, “tristezza, rassegnazione, smarrimento”. Spesso. Non sempre.
A me, in quei tre giorni, non sembrò triste. Mi apparve come un torinese colto può apparire a un romano: cortese e riservato. Capii subito che non gradiva di parlare dei tempi del campo di concentramento (o forse fu lui stesso ad evitare l’argomento), ma parlammo fitto per tutto il tempo che passammo insieme. Lo ricordo curioso e interessato: mi poneva domande sull’industria petrolifera e sui paesi che avevo visitato. Io rispondevo e a mia volta ponevo domande sui suoi libri o altro. Lui rispondeva laconico, preciso, cortese, a volte accennando a episodi di vita, mai abbandonandosi al gioco della conversazione come farebbe un meridionale (quale io sono), ma partecipando al dialogo senza muri di tristezza. Anzi, più volte scherzammo lungo la strada in auto da Palermo a Mazzara del Vallo. Le foto dimostrano che in quei giorni Primo Levi aveva dismesso l’abito triste. Certo, da buon piemontese, era comunque ben controllato negli atteggiamenti, riservato, appunto, ma in più di un’occasione rise di cuore. Forse la bellezza dei paesaggi siciliani, forse perché il viaggio avventuroso e solare tra luoghi belli per natura e storia ci portava verso un’avventura più grande, su una nave non nave, come la chiamava lui… O forse perché quel velo di tristezza che tutti dicono d’aver visto sul volto di Levi in quei giorni non c’era. O io non lo vidi. O l’ho cancellato dalla memoria.
Resta un fatto: quando tornai dal viaggio, parlai di lui con mia moglie. Lei ricorda con precisione le mie parole di ammirazione per l’uomo e per lo scrittore. Ricorda che io mi ritenevo onorato e fortunato per questo viaggio con Levi. Tutto questo è scontato. Ciò che però è interessante è che, a quanto dice mia moglie, io parlai di Levi come di una persona apparentemente serena e rasserenante. Fui ingannato dal suo self control? O in quei giorni davvero scomparve dai suoi occhi il velo di tristezza di cui tutti si ostinavano a parlare?

Ore di gioia
Ian Thomson venne a trovarmi un anno dopo, nel 1995. Stava ancora lavorando alla monumentale biografia. Lo intervistai  per Ecos (L’amico del Castoro”, n. 1/1995) e chiacchierammo a lungo. Riemerse la questione del “velo di tristezza”.
“Io penso – esordì Ian, –  che a volte può capitare di vedere negli occhi di una persona quello che noi ci aspettiamo di vedere. Gli amici di Torino, per esempio, lo descrivono come un uomo solare. Io l’ho incontrato nel 1986 per un giornale inglese e anche a me, allora, non sembrò un uomo depresso, per niente. Eppure anche in quel periodo era molto giù, molto più che nel 1980… Per la verità, Primo Levi, da buon piemontese, cortese e riservato, era esperto nel nascondere le emozioni.”
“Non a tutti, a quanto pare...”, osservai io.
Ancora Ian: “Comunque, da quel che ho potuto capire, quei tre giorni in Sicilia e sul Castoro sei furono per lui uno dei rari momenti di vera gioia della sua vita… non voglio dilungarmi su questo, ma anche in quel periodo era molto giù psicologicamente e questa piccola avventura fu per lui un divertimento, un’occasione di distensione… Del resto, te lo scrisse che quel viaggio fu per lui meraviglioso”.

L’ora del buio
E’ vero, mi scrisse. Le cose andarono così. Era l’estate del 1986. Avevo un progetto e volli sottoporlo a Primo Levi. Gli scrissi, bussando alla sua attenzione con una frase fatta, del tipo: “mi scuserà se le chiedo un attimo del suo tempo preziosissimo…”. Lui mi rispose per lettera pochi giorni dopo, il 21 luglio 1986: “La ringrazio ancora, dopo tanti anni, del viaggio meraviglioso…”. Ma la luminosità di quel “meraviglioso” era stracciata dall’angoscia della frase precedente: “quel tempo che lei gentilmente definisce preziosissimo… per me adesso non è prezioso per niente”. Una frase angosciosa. E Levi ci lasciò, pochi mesi dopo, l’11 aprile del 1987.


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