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Blackout

 

Da Racconti di Tenebre, a cura di G. La Porta,
ed. Newton Compton, Roma, 1987.
Revisione, maggio 2001

 

... esule vagando in remote plaghe,
  ho trovato rifugio in questa tana...
Alceo di Mitilene

 

 

M

aria restò a lungo in attesa, affacciata al terrazzino, finché non vide Helmut spuntare all'angolo della strada. Dalla pianta di basilico colse due foglie che depose nel cavo della mano. Si affacciò di nuovo e vide Helmut che entrava nel portone, proprio mentre il sole tramontava. Rincasò, chiuse dietro di sé la porta - finestra, attraversò tutta la camera da letto e il lungo corridoio fino all'ingresso: aprì la porta di casa e la lasciò socchiusa perché Helmut non dovesse aspettare dinanzi all'uscio. Corse in cucina, riaccese il gas sotto la pentola e lasciò cadere nella minestra di verdure le foglie di basilico. Controllò attentamente che la tavola fosse ben apparecchiata: l'acqua, il vino, le posate... e udì chiudere la porta dell'ascensore. Helmut entrò.
Mangiarono in cucina come al solito. Commentarono un poco la giornata e prestarono qualche distratta attenzione ai programmi e alle notizie della radio. Maria di tanto in tanto si alzava per qualche faccenda e ne approfittava per proporre il suo corpo di sposa, ora guardando l'uomo con malizia, ora chinandosi in un certo modo. Helmut? Pensoso, annuvolato, come al solito. Mangiò la minestra senza mostrare entusiasmo, poi si passò la salvietta sulla bocca e bevve un sorso di vino rosso.
—  Buono —, disse, schioccando la lingua.
Quando Maria, sbrigato il da farsi, si ritirò in camera da letto per coricarsi, Helmut era già seduto allo scrittoio: a lavorare. La piccola lampada illuminava col suo fascio di luce libroni e cumuli di scartoffie. Sola, nel grande letto all'antica, con la spalliera di ferro decorata a smalto, Maria non può far altro che osservare il profilo dell'uomo: ne segue i lenti movimenti, le lunghe pause. Gli occhi di lui si posano per un tempo che appare interminabile su un libro aperto, poi le mani si allungano per prendere un altro libro o il dizionario, consulta, riflette ancora. Di tanto in tanto prende la penna per scrivere da qualche parte, su un quaderno o su un pezzo di carta, una o due parole. Il viso, per quel che lascia intravedere la luce fioca, accompagna tutte queste mosse: ora si tende, arcigno, e si corruga; ora si distende, sereno.
Il buio, gli angoli dello stanzone, l'armadio di noce, la porta - finestra che si affaccia sulla notte, la libreria a parete con gli scaffali pieni zeppi di libri, la porta che dà sul corridoio, il grande letto all'antica, Maria che non ha sonno, tutto, tutto gira intorno a quel lume, al naso di Helmut che affonda tra le carte.
" Sempre inchiodato lì, al centro della stanza, perde ore e ore intorno a un verso, a una parola, e me, nemmeno mi pensa, non mi guarda neppure. Tutto il giorno a trafficare per lui: lavare i panni, stirare i fazzoletti, rammendare i calzini, spazzolare il cappello, cucinare... Gli piace il dolce? Pronti! Ho preparato una torta ch'era una nuvola di vaniglia: sei uova, le chiare montate a neve, zucchero vanigliato, pistacchio, essenza di zagare... Non l'ha nemmeno assaggiato. E la minestra? Vai al mercato, cerca le primizie, portati a casa tutto quel carico, metti su l'acqua, ricordati del sale, capa le verdure, sgrana i fagioli, aggiungi questo, aggiungi quello... L'ha assaggiata appena, svogliatamente, con la faccia cupa. Già pensava al suo lavoro, a quel suo Alceo, Dio lo benedica! Al suo poeta greco dedica tutto se stesso. E a me? A me, chi mi pensa? E' bello però, quando si distende sullo schienale e alza il viso e guarda nel vuoto e resta così a pensare, oppure quando si mette in posa e recita quei versi in quella lingua così astrusa. Sì, è bello. E bravo. Ma io, che ci sto a fare, da sola, in questo letto così grande?"
— Come hai detto? Hai detto qualcosa, Helmut?
— Nulla, nulla Maria. Stavo solo rileggendo a voce alta dei versi... Scusami!
"Ecco: parla solo con se stesso. O con quei suoi scartafacci. A scuola e in biblioteca, lo capisco. Ma a casa, almeno a casa, riposati!... E che noia! Il tempo non passa mai. Vorrei proprio aprirla quella testaccia dura: e guardarci dentro. Vorrei proprio vedere cosa rimugina: cosa c'è di così importante da fargli dimenticare che io sono qui ad aspettarlo, io. Qui."
Ma per fortuna non si può entrare nell'altrui interiore: per fortuna! Perché se Maria avesse potuto affacciarsi davvero, come ogni sera al terrazzino, e guardare dentro la testa di Helmut, e magari entrarci, e avventurarsi nel profondo, avrebbe provato solo vertigini e spavento: le sensazioni che suscita un orizzonte incomprensibile o tagliato da zone d'ombra. Forse, nell'aleggiare di ineffabili pensieri che ora assumono forma compiuta, ora svaniscono nel nulla, avrebbe potuto, forse, intravedere la foresta dei quattrocento frammenti: versi tesi o ondeggianti come nastri e parole che si avvolgono e si moltiplicano nei mille significati possibili. E avrebbe forse anche distinto il battito ossessivo dell'asclepiadeo maggiore o il tambureggiare del pentametro eolico. Ma ben presto i nastri e i grovigli avrebbero tentato di allacciarla e di stringerla fino a soffocarla e il simultaneo risuonare degli innumerevoli ritmi l'avrebbe stordita e allora non le sarebbe rimasto altro da fare che fuggire, fuggire via dalla cupa e impenetrabile testa di Helmut e tornare nel comodo grande letto, dove in effetti si trovava, al caldo e distesa, tra le lenzuola fresche di bucato e odorose di lavanda.
— Helmut!, vieni a letto, che è tardi! E ho freddo!
L'uomo nemmeno volge lo sguardo: continua a parlare tra sé e sé, come se recitasse una litania e di quel farfugliare tutto assorto in se stesso arriva ai cuscini ricamati solo qualche parola appesa al vuoto: "... incoronata di viole...", "... vagando in terre lontane...", "... vino dolcissimo...".
Helmut, in quel momento, era alle prese con il verso dodicesimo del centotrentesimo frammento della raccolta di Lobel e Page e stava considerando le varie questioni connesse alla tripodia giambica del secondo emistichio. Certo, si rendeva ben conto che tutto il tempo dedicato ad Alceo era strappato alla sua sposa:
"Ma come potrei fare altrimenti? — si ripeteva —. L'impresa mi coinvolge a tal punto. Non è cosa da poco preparare una nuova versione dei frammenti di Alceo: gli inni, le poesie politico - guerresche, i carmi conviviali, le liriche amorose... In fondo ci lavoro da pochi mesi... e sono già a buon punto...".
Helmut era effettivamente a buon punto. Ad ognuno dei quattrocento frammenti, lungo o breve che fosse, aveva dedicato la necessaria cura. Ogni volta partiva, come è giusto, dalla classica Anthologia del Diehl, che campeggiava autorevolmente sul piano dello scrittorio, accanto al dizionario del Gemoll. In caso di dubbio, risaliva all'originale: era riuscito a raccogliere le riproduzioni di sbiaditi papiri e possedeva anche perfette copie dei codici di Aristotele, Ateneo, Efestione, Eraclito e altri autori che hanno tramandato ai posteri i brani di Alceo. Scrupolosamente passava in rassegna le varie lezioni e le confrontava con gli originali. Questa era la prima cosa da fare. Poi avviava un lungo, travagliato lavoro di analisi, irto di intoppi, ma anche prodigo di risultati, al culmine del quale decideva di scartare le interpolazioni o le integrazioni malsicure e tentava di ricostruire i versi lacerati dal tempo. Riusciva a leggere l'illeggibile. Là dove molti avevano fallito o si erano arresi, egli riusciva. Individuava, tra le infinite combinazioni possibili, la giusta integrazione, colmando così le lacune e restituendo al verso la sua sintassi, il suo metro, il suo significato e, in definitiva, la voce di Alceo. Certo, in questo suo ragionare, correggere, integrare, ricorreva spesso ad autorevoli commentatori per trarne suggerimenti o conforto alla sua versione. Ma in questa ardita opera di ricostruzione si sentiva sereno e sicuro soprattutto perché, in quella foresta di evanescenze, vuoti e ambiguità, gli sembrava a volte, e gli piaceva comunque di pensare, che fosse proprio Alceo a guidarlo.
Poi, una volta definita la lezione del testo, con la gioia di chi ha compiuto un primo ma importantissimo passo, riscriveva il frammento in calligrafia (in quella bella scrittura greca, tutta boccoli e svolazzi!) e rileggeva tutto: gli sembrava di udire, attraverso i secoli, la voce di Alceo, ora violenta e appassionata, ora tenera e dolente, con quel suo bell'accento eolico di Lesbo. Di ogni parola scopriva il più intimo risvolto, ma anche i suoni e le luci che l'avvolgevano per la sua posizione non casuale all'interno della frase. E in ogni verso, alcaico maggiore o dodecasillabo o altro ancora, gustava musica e architettura: il battito delle arsi, il silenzio della tesi, gli spazi delle cesure.
Allora e solo allora si accingeva alla traduzione. Una traduzione perfetta, si sa, non è concepibile. Ma questo ad Helmut non dispiaceva. Per quanto tentasse di essere fedele, per forza di cose, nella nuova lingua svanivano colori e suoni, mutavano i concetti, a volte: la voce, insomma, somigliava sempre meno a quella di Alceo e sempre più alla propria.
Così per mesi, ed ora, ormai prossimo alla conclusione del lavoro, di fronte agli ultimi problemi da risolvere, agli ultimi ritocchi da apportare alla traduzione, sembrava ad Helmut, per la prima volta, di incontrare difficoltà insormontabili:
"Qualcosa è accaduto... non capisco... eppure... ", diceva a se stesso, inquieto. Frugava tra le carte, cercava con gli occhi nel vuoto, rileggeva gli appunti, apriva dizionari: inutilmente, quasi che Alceo l'avesse abbandonato. Inghiottì la saliva, amara come il fiele.
Maria, dal canto suo, si crogiolava sotto le lenzuola. Guardava il suo Helmut, ma non poteva intuirne il turbamento: "Ecco — pensava —, ora sta chiudendo quel librone. Lo sta posando sul bordo del tavolo... Forse ha concluso per stasera. Speriamo! Ora verrà!... No, sta riprendendo altri fogli: scrive qualcosa... Non avrà mica intenzione di ricominciare?... Strappa il foglio... lo getta nel cestino... Com'è teso! Ah! Non lo chiamo più, se vuol venire, che venga. Se vuol passare la notte con Alceo, che faccia pure!... Che fa? Desiste?... Macché, ricomincia a consultare libri: li apre, li chiude, li riapre, li richiude... Basta!, Helmut. E' notte fonda! Vieni qui, mio caro, vieni nel nostro bel lettone, smettila di scartabellare quei vecchi libri logori...". Mentre cruccio e desiderio le passavano per la testa, godeva del calduccio e le dita e le mani leggere, così, senza volerlo, cominciarono a vagare per il corpo: "Ma come è possibile ", si ripeteva, mentre le mani l'accarezzavano simulando ora ardore, ora tenerezza, "come è possibile, mi chiedo, che io debba restare qui, sola, e lui lì, a trafficare con quelle sue scartoffie... Non c'è un uomo che mi voglia? Ora? Oh!, vorrei proprio che fosse qui il suo Alceo! Oh, sì, se fosse qui Alceo non si comporterebbe certo come lui, che non mi guarda, non mi sente: non mi farebbe aspettare, lui...".
— Helmut! —, chiamò con la voce più dolce che aveva in petto. — Helmut caro, perché non vieni a letto? Per piacere...
Helmut abbozzò una risposta evasiva, una specie di mugugno, tanto per guadagnare un po’ di tempo: "Non ora — pensò —. Non proprio ora." Aveva bisogno di riflettere, ora, per capire. Cercava come al solito di scoprire tra le sonorità dei versi e i riccioluti caratteri della calligrafia, la voce familiare di Alceo, quel suggeritore che lo aveva sempre guidato tra le incognite e le lacune dei quattrocento frammenti. E invece nulla: le lacune apparivano profonde come mai, vertiginosi baratri, e le parole del testo sembravano accartocciarsi, per nascondere in se stesse il proprio senso. Avvertì tra le righe l'ostilità di Alceo e al cuore una stretta dolorosa: un disgustoso sapore gli infettò il palato.
Lei, che non sapeva, che s'era rintanata per gioco sotto le lenzuola, ascoltava il proprio respiro e godeva del profumo del proprio corpo. Quando riemerse gettò uno sguardo quasi rassegnato dalla parte di Helmut e scorse una strana smorfia sul suo volto: non ebbe il tempo di chiedersi il perché. Vide la luce biancheggiare come un lampo e poi spegnersi: buio totale.
— Helmut! —, gridò. —  Cos’è successo?
— Non lo so, Maria. Non lo so. E' andata via la luce. Ecco, sì: è solo andata via la luce. Tutto il quartiere è al buio. Proprio ora... e io non posso interrompere il lavoro proprio adesso... senza… capire... —. E così dicendo si portò la sinistra in mezzo al petto, quasi che il palmo della mano potesse lenire il dolore o cancellare quel senso d'oppressione. Ma questo Maria non poteva vederlo.
— Helmut! Oh, Helmut, tutto questo buio, così all'improvviso... ho paura! Vieni subito a letto, vieni da me, ti dico!... Helmut! Ascolta! Non hai sentito? E' un rumore! Sì, sì, un rumore, come uno scalpiccio, come un... Helmut!, dico a te: lo senti?
— Non sento nulla, Maria. Non sento nulla, davvero! E tu, non ti agitare! Calmati, per piacere! Cosa vuoi che sia? Di che hai paura? E’ solo andata via la luce. E tornerà tra poco, ecco tutto. Calmati...
— Ziiitto! Ascolta: eccolo... eccolo di nuovo quel rumore... Ho paura, Helmut!... e una voce... la senti?... oddìo, sì, è proprio una voce! E' come se qualcuno fosse qui, in casa, e magari è addirittura qui, in questa stanza! Oh!, Helmut, ti prego, fai subito qualcosa, ti prego, Helmut!
— Stai tranquilla ti dico! Io non sento nulla. Non ci sono né rumori né voci. Tutto è a posto. Ora vado a vedere di là, così ti tranquillizzi. Va bene? E stai calma, calma, per piacere! —. "Per piacere, per piacere", ripeteva fra sé e sé mentre si alzava a fatica dalla sedia: le gambe deboli, la testa confusa e, dentro, un intollerabile peso. Si sollevò, tuttavia, e riuscì a percorrere la stanza, girando intorno al letto, imboccando la porta del corridoio: con gli occhi sbarrati, senza vedere null'altro che il buio. Lei, che s'era rifugiata sotto le lenzuola e si abbracciava forte per difendersi, gridava, implorava:
— La porta, vai a vedere la porta! E ritorna subito! Subito!, hai capito? Ho paura, Helmut!
Helmut arrivò fino in fondo al corridoio, riconobbe al tatto la porta di casa, cercò con le mani il punto esatto della serratura e girò la chiave due volte. Poi gli mancarono le forze e si lasciò cadere.
— Tutto è a posto, Maria. Tutta la casa è in ordine — gridò, con voce soffocata. — Ora vengo a letto. Subito, stai tranquilla!...
Tanto bastò a Maria, che cessò di agitarsi. Lui rimase seduto sul pavimento, con le spalle e la testa appoggiate alla porta d'ingresso, nel buio: e questo star su, appoggiato, gli costava una gran fatica. Sfinito, disfatto, come se gli avessero strappato e calpestato tutto quanto aveva dentro, organi e tessuti. La testa, poi, sembrava sconvolta da un gran turbinio di voci, fruscii di nastri, battiti ritmati e risonanze, mentre nel palato s'impastavano grumi di sangue e sapori di papiro.
— Aiutami! Aiutami!, Maria —, gridò. Poi, più nulla.
Maria non udì queste ultime parole. Era tranquilla ormai. Uscì dalla sua tana e ricominciò a guardarsi intorno. Al buio ci si abitua. Lentamente cominciò a distinguere qualche livido raggio della luna che disegnava i contorni dello scrittoio e dei mobili di casa. Poi, quell'accenno di luce diventò sempre più d'argento e sentì sul bel corpo, comodo e disteso, l'attesa carezza:
— Oh!, Caaaro, ora sì, sto meglio. Sento il tuo piede caldo accanto ai miei: non ho più paura adesso. Sento le tue gambe forti sopra di me. Come sei pesante... e leggero al tempo stesso... Oh! Ma che fai ora?... Sì, sì, così... Stringimi forte, più forte... le labbra, le labbra...Mmm... Finalmente, sapessi come ho avuto paura prima. E come mi piaci stasera, sarà per questa luce d'argento, sarà perché sei così forte e sicuro dentro di me... sì, sì, cooosì. Sai? E’ strano ed è bellissimo: è come se ti conoscessi solo ora: queste tue spalle forti, vestite di luna, questi capelli umidi e arricciati come alghe, questa pelle che sa di sale, anzi: di mare, e questa tua bocca che profuma di vino dolcissimo... perché, perché mi hai fatto aspettare tutto questo tempo...


— Oh! Helmut, ti sembra questo il momento di parlarmi in greco? Dimmi piuttosto che mi ami, Helmut!

— Non chiamarmi Helmut!, : sono Alceo.



 

 

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