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Il Cielo di Giada

Inedito.

... volteggia la lucciola
con ali fragili e lievi.
Nelle tenebre luccica
perché ha paura di restare ignota.
Yu Che-Nan

 

 

Il mandarino Yu Lin visse all'epoca dell'imperatore Kanxi. Di lui non si sa molto: i libri di storia ne sfiorano appena il nome. Sappiamo che raggiunse un altissimo gradino nella carriera burocratica e che fu chiamato a partecipare alla redazione del celeberrimo Dizionario di 44.449 voci. Era filologo e divenne celebre per la raffinatezza della sua calligrafia.Il suo pennello sapeva rivelare in modo impeccabile la struttura della parola e il profilo del concetto: ogni tratto dell'ideogramma, nelle sapienti e mai casuali sfumature dell'inchiostro, rinviava al lettore le voci e il senso della civiltà cinese. Questo si diceva della sua scrittura.
La vita di Yu Lin, come del resto avviene per tutti gli uomini, fu una sequela di successi e di rovesci. La vita di corte, si sa, offre agi e ricchezza, ma costringe ad una continua battaglia per il potere. E a Pechino, si passava la maggior parte del tempo a studiare mosse di attacco e contrattacco. Ovunque si tramava. Ogni incontro, ogni parola, potevano risultare decisivi. L’unica cosa che contava, era di entrare nella stretta cerchia dei favoriti dell’Imperatore, e di rimanervi. Da giovani, l’ambizione spinge ad emergere. E se capita di cadere, si può anche ricominciare da capo. Ma quando gli anni cominciano a pesare, tutto diventa più difficile, non tanto perché il corpo ha perduto il suo vigore, ma perché ad una certa età, chissà perché, l’uomo comincia a interrogarsi sulle ragioni dell’esistenza e questo interrogarsi, di per sé, è già una risposta. Affiora a quel punto una convinzione, che la vita, anzi il senso della vita, è altrove.
Torniamo a Yu. Era ormai avanti cogli anni, quando cominciò ad essere preso di mira da potenti dignitari. Emarginato dalle commissioni, allontanato dalle posizioni di prestigio, nessuno gli dava più ascolto, la sua autorevolezza e i suoi poteri si erano disciolti come neve al sole. Chi prima era deferente nei suoi confronti e gli chiedeva protezione e aiuto ora evitava di avvicinarlo e si univa ai detrattori. Yu capì che il cerchio si stava stringendo intorno a lui e che gli intrighi di palazzo l’avrebbero ben presto messo con le spalle al muro. Battersi? Ricominciare da capo? Cercarsi degli alleati? Studiare una contromossa? Forse Yu si pose a quel punto la fatidica domanda, si dette una risposta e pensò bene di cambiare aria, una volta per tutte. Abbandonò la capitale e si ritirò dalle sue parti, sui colli che guardano la città celeste di Hangzhou, nello Zhejiang.
Tornò a casa alla testa di un lungo corteo di carri, stracolmi d'once d'argento.
Vide il muro di cinta in rovina, i corsi d'acqua interrotti in più punti da macerie o da scheletri di vecchi tronchi e il giardino coperto da erbacce. Ovunque, vide i segni dell’abbandono. Non si scoraggiò e come se avesse già chiaro in testa un preciso disegno assoldò un esercito di operai e giardinieri e mise tutti al lavoro. Alzò muri, lastricò cortili, piantò arbusti… Furono anni di grande impegno, ma alla fine l'opera fu compiuta. Yu pagò il dovuto e visibilmente soddisfatto licenziò tutti i lavoranti.
Un tempo, quando si dedicava agli esercizi calligrafici, appena aveva finito di dipingere un ideogramma, sollevava il pennello e restava un attimo in contemplazione. Poi allontanava gli occhi dalla pagina di carta di riso e osservava da lontano, quasi con critico distacco, il suo lavoro. Se c'era da fare un ritocco, ritoccava, e se invece pensava che non avrebbe saputo far di meglio, schioccava le dita e diceva: — Va bene!
— Va bene! —, ripeteva ora a se stesso, passeggiando per il giardino. Ingegneri, architetti, muratori, carpentieri, esperti di sementi, tutti avevano ormai lasciato per sempre la sua dimora e Yu era solo con la propria opera. Dicono che rimase un giorno intero a girovagare per i vialetti che si snodavano e annodavano nel verde, a rintracciare i punti di vista a suo tempo vagheggiati e finalmente realizzati. Un giorno intero, per ammirare il volto del giardino che cambiava col mutare della luce, dall'alba alla notte. E, dicono, si rammaricò soltanto di non poter vedere, quel giorno, il volto delle altre stagioni, le stagioni a venire.
Percorse dunque sentieri diritti o sinuosi, assecondando le curve a gomito improvvise, attraversò i ponticelli sui corsi d'acqua, restò a guardare il laghetto artificiale, i pesci rossi che salivano a cercare il cibo, le anatre che s'affollavano intorno al canneto, il succedersi quasi furtivo, tra le chiome degli alberi e i cespugli fioriti, di padiglioni, portici, corridoi aperti, tegole vestite di smalto acceso.
Si fermò in uno slargo, all'ombra di un pino, per cogliere scorci e prospettive: il boschetto di bambù, la famiglia dei ciliegi, l'acero, le ortensie. Immaginò il momento in cui le peonie avrebbero riempito di rosa il loro spazio e si accomodò, per riposare, su un sedile del giardino roccioso. Le pietre, tutte di originale profilo, erano giunte espressamente da Taihu, nella provincia di Jiangsu. Al centro dello spiazzo, c'era un grande blocco di giada, fatto arrivare dallo Xinjiang e scolpito a Nanjing. L'artista aveva raffigurato una montagna e approfittando dei difetti della materia, e cioè dei diversi colori delle venature, vi aveva fatto sgorgare un torrente bianco e tortuoso che si gettava ai piedi della roccia, nel mare nero e riccioluto. I riflessi verdastri erano stati sagomati in altorielievo e rappresentavano boschi o alberi solitari. E poi, nel grigio, aveva inciso case e anfratti e sentieri scoscesi. La vetta del monte si innalzava ben oltre la testa di un uomo e si perdeva fra le nuvole bianche stracciate: nel cielo di giada. Yu rimase a lungo in contemplazione. Tentò anche di distinguere i profumi che si intrecciavano intorno a lui e rimase in ascolto delle voci del giardino. O forse ascoltò se stesso. Finché non scese la notte. E allora rincasò.
Con tutte quelle spese, aveva quasi prosciugato le sue sostanze. Gli era rimasto solo un piccolo gruzzolo d'argento e con quello annunciò che avrebbe organizzato un banchetto memorabile. Scrisse e spedì gli inviti. I preparativi durarono tre giorni. I servi andavano al mercato con lunghissime note e ne tornavano con i prodotti migliori. In cucina, intanto, si preparavano le carni e i vegetali, i vari tipi di pasta, le salse, si bolliva, si friggeva e insomma c’era un gran da fare.
Il giorno fissato arrivarono i convitati. Si apparecchiò nel padiglione di bambù. Furono subito serviti i soliti antipasti, caldi e freddi, e si fece una gran festa ai boccali di vino di riso, bianco denso e schiumoso come latte di giumenta. Poi arrivò un'anatra laccata, cotta al forno con legna di pesco, quale non s'era mai mangiata nemmeno al Palazzo Imperiale di Pechino. E poi, carpa del lago Xihu all'aceto, gamberetti del Qiantang al tè verde, ravioli ripieni, tagliolini in brodo, lonza di maiale in agro-dolce...
Tutti i convitati si complimentarono per lo splendido giardino. Espressero ammirazione per quell'angolo di mondo che con tanta accuratezza imitava, anzi riproduceva l'idea di natura a grandezza naturale. Altri esaltarono l'opera dell'artista di Nanjing, che aveva saputo esprimere la stessa idea, ma in miniatura, nella pietra di giada. — Arte e natura si guardano negli occhi nel giardino di Yu Lin —, concluse qualcuno. I servi continuavano a portare a tavola vassoi di scampi giganti allo zenzero, germogli di bambù, uova di piccione in letto di vegetali, strisce di medusa in salsa piccante, petti di pollo saltati...
Ogni piatto rispettava il canone delle tre armonie: colore, gusto, fragranza, e disponeva l'animo a cose eccelse. Roteavano le bacchette intorno alle scodelle di fine porcellana. Tutti mangiavano e bevevano con gusto ed elogiavano il cibo, il giardino, la generosità e la vita ben spesa di Yu Lin.
Il vecchio ascoltava e non pronunciò una sillaba, finché non fu servita una zuppa alla quale annetteva forse un'importanza tutta particolare. Allora e solo allora, con la tazza fumante davanti e il cucchiaio nella mano, disse, rivolgendosi agli eredi e ai testimoni:
— Osservate, vi prego, la vostra zuppa! Osservate, sul fondo, la tela di alghe brune: quella è la terra e terrigno è il suo sapore. Lì siamo noi. Il brodo chiaro e leggero è l'aria che ci avvolge e che respiriamo. E in alto, il piccolo uovo di quaglia, quasi sospeso nel cielo, è la luna. Per una volta almeno possiamo osservare dall'alto noi stessi e l'universo mondo —. E tacque per un attimo, fissando il piccolo tuorlo giallo nella scodella. Tutti ammutolirono. Poi riprese:
— Questo è il mio testamento: dall'alto, con giusto distacco è possibile davvero vedere, e forse capire, la natura e il senso delle cose. Ai miei figli non lascio argento, come forse qualcuno si aspettava, ma qualcosa di maggior pregio: il giardino che tutti voi avete ammirato e nel quale ho profuso tutti i miei averi. Vi esorto a custodirlo, a curarlo, amarlo come fosse una persona viva, anzi, come se fossi io stesso. E se così farete, voi e i vostri figli e i figli dei vostri figli, continueremo ad amarci in eterno: voi non mi dimenticherete e io mi ricorderò di voi —. Così disse.
Quella notte stessa, mentre i convitati ancora banchettavano, il vecchio Yu Lin morì.

***

Anche l'imperatore Kangxi morì. Gli successero Yongzheng, Qianlong, Jiaqing, Daoguang, Xianfeng, Tongzhi, Guangxu... Due secoli attraversarono la Cina, portando con sé terribili bufere e giornate serene. Le chiome dei pini della dimora del vecchio Yu dovettero più volte piegarsi al vento e qualche tegola volò via. Gli eredi, i loro figli e i figli dei figli, in quei due secoli dovettero affrontare ogni sorta di avvenimenti, ma sempre rimasero fedeli al desiderio del vecchio, conservarono un amore misterioso per quel labirintico intreccio di verde e padiglioni e, per quanto poterono, continuarono a custodirlo e curarlo come fosse davvero il corpo e l'anima del progenitore.
La dinastia Qing si spense nelle mani di Puyi, che assunse l'effimero nome di Xuantong.
Il giardino, certo malridotto, ma integro e indiviso, passò dalle mani di Yu Xue-yu in quelle del figlio Yu Lin. Poiché non esistono eccezioni, anche la vita di questi fu un garbuglio di gioie e di dolori. Aveva lasciato la casa paterna da giovane e c’era tornato in età avanzata. Lasciò alle spalle il Gran Canale, attraversò le risaie, il fiume Qiantang e la città di Hangzhou, dolcemente distesa sulle sponde del lago Xihu. Finalmente rimise piede nella vecchia casa. Bisognava restituire l'antica bellezza allo smalto delle tegole, ricostruire i tetti dei corridoi coperti, rinforzare i pilastri di sostegno dei portici e poi dissodare la terra in più punti, seminare, procedere a nuove piantagioni, ripulire lo spiazzo dove troneggia il monte di giada. V'era molto da fare, ma Yu Lin non si perse d'animo. Percorse in lungo e in largo tutto il terreno e per fare le cose come si deve cominciò a prendere appunti: "Ecco, questi sono i resti del ponticello. Bisogna ricostruirlo. Questa è la curva a gomito dietro il cespuglio delle ortensie: bisogna sradicare questi arbusti secchi...".
Ridisegnò su un grande foglio di carta, con molta precisione, ogni angolo della dimora, coi suoi padiglioni, le rocce, le macchie di verde, e annotava il da farsi. Quando si convinse che la mappa non poteva non coincidere col progetto dell'avo, organizzò i lavori di restauro.
Gli ci vollero parecchi anni e gli costò un mucchio di denaro. Ora, con quel foglio in mano, controllava punto per punto che i lavori fossero stati eseguiti a regola d'arte. Soddisfatto, ripiegò la mappa: "Sì, tutto è stato fatto come si deve", disse a se stesso, schioccando le dita. Si accomodò sul sedile di pietra per riposarsi e contemplò il cielo scolpito nella giada. Aveva concluso il suo lavoro, anzi aveva compiuto il suo dovere: "E' questo il senso della vita?", si chiese, mentre prestava orecchio alle voci del giardino e tentava di rintracciare il profumo lieve delle peonie, finalmente fiorite.
Dicono che molto tempo dopo, al culmine di una serena vecchiaia, gli venne in mente ch'era ormai giunto il suo momento. Volle ripercorrere passo passo ogni vialetto del verde labirinto, appoggiato ad un bastone, col codazzo dei domestici e dei familiari. Si soffermò a considerare attentamente ogni scorcio, ogni prospettiva, come se davvero, da un momento all'altro gli si dovesse presentare, chiaro, preciso, il senso della vita. Quando fu proprio stanco volle mettersi a letto e si fece portare la mappa che aveva disegnato tanti anni prima. Dispiegò il foglio e ripercorse con gli occhi il cammino che aveva appena fatto a piedi. Quelli che gli stavano vicino videro ad un certo punto una luce che gli attraversava lo sguardo (forse era la stessa luce che aveva illuminato gli occhi del progenitore). Lo videro allungare le braccia e allontanare il foglio, quasi volesse osservarlo con distacco, anzi, dall'alto. Gli brillarono le nere pupille:
— Ma sì! Ora sì, ho capito —, disse. E morì sorridendo.

***

Passò altro tempo. In una giornata limpidissima, dall’aeroporto di Hangzhou si levò un aereo. Sotto, il fiume, il lago, il mare, le risaie luccicanti, la città, molto più grande e moderna di allora. Il mondo sembrava rappresentare se stesso in una artistica miniatura. Disse il primo pilota al suo compagno:
— Guarda laggiù, verso le colline!
— Oltre le risaie?
— Oltre, sì. Verso le colline!
— Ah!, sì. E' un’antica casa… avrà duecento anni, ma sembra restaurata di recente… e ha un grande giardino. Molto grande. Se ne distinguono benissimo i contorni.
— Non ti sembra che i tetti dei padiglioni disegnino qualcosa di preciso?
— Sembra anche a me. Sì, sono ideogrammi, credo. Sì, sono ideogrammi inscritti all'interno del muro di cinta!
— E riesci a leggere cosa c'è scritto?
— C'è scritto: Qui è vissuto Yu. E questo è tutto.



 

 

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