Il figlio di Obafemi
Edito. Pane amaro, figlio di Obafemi, L'Unità,
Racconti d'estate, 6 agosto 1989.
A proposito, come hai fatto a entrare nel Bosco degli Spiriti,
il bosco che è all'altro capo del mondo e dove
ai terrestri è severamente proibito l'ingresso?
Amos Tutuola
Per oggi basta! —, gli fa l'amico, il compaesano che l'aveva accolto all'aeroporto e lo aveva accompagnato qui, per mostrargli come si lavora.
— E' scuro ormai. Fai come faccio io e poi andiamo —. E lui fa così: apre il borsone, accomoda sul fondo il panno di lana, lo ripiega e lo tasta, per vedere se è soffice abbastanza. Vi depone uno accanto all'altro gli elefanti più grandi, quelli indiani di legno intarsiato. Coi giornali accartocciati prepara un nuovo letto e vi dispone altri elefantini più piccoli, quelli africani, in palissandro. Altri pezzi di giornale e, sopra, le cose più piccole e più leggere, oggettini in legno di sandalo, paperelle cinesi multicolori, braccialetti di rame. Prende il tappetino sul quale aveva esposto la merce, lo scrolla, lo ripiega due, tre volte e lo ripone nel borsone sopra a tutto, come una coperta. Chiude la lampo: — Ecco fatto! —, dice. — Andiamo! —. Quello lo precede, lui dietro, col peso sulle spalle e addosso ore di volo e di veglia.
— Dove siamo? —, chiede.
— Sai leggere?
— So leggere, sì!
— E leggi allora! Lassù!
— Via Can-dia...
— Ecco: siamo sulla Via Candia.
— E che significa?
— Nulla! E' il nome della strada!
"Mi chiede se so leggere! Certo che so leggere, io. Ho studiato da maestro! Solo… sono un po' spaesato, è logico! Avrei voluto vedere lui, qui, il primo giorno... lontano da casa... So leggere, sì! E presto imparerò a capire... solo mo-da, piz-ze-ria, que-sto sin-daco se ne deve an-dare, w la Lazio...": parole al neon, stampate sui manifesti, tracciate sui muri. Legge e pensa, mentre insegue l'amico che procede a suo agio fra la gente. A un tratto gli sembra di udire un bisbiglio, una voce: qualcuno lo chiama? Chi è? Si volta, incrocia lo sguardo dei passanti: nessuno gli bada, parlano tra loro, nessuno lo conosce.
— Vieni!, — dice l'amico, — entriamo, mangiamo qualcosa.
— Tavo-la cal-da... che significa?
— Significa che si mangia! —. In piedi, col borsone sulle spalle, divora un pezzo di pizza e due supplì. — Sup-plì, sup-plì — , prova a ripetere, mentre affoga in un bicchiere di birra quel sapore sgradevole: "Dovrò pur abituarmi!", pensa. L'amico paga: — Solo per oggi, — dice, — da domani ognuno per sé. Dai, andiamo!
Al semaforo: Co-se bel-le, casa del pa-ne, fermata 51, 490...
— Attento, attraversiamo!
Alla loro destra mura gigantesche. Le costeggiano. Dall'altra parte: Bar gela-ti, libre-ria, divieto di affiss... Lasciano alle spalle una grande piazza, convulsa per il traffico. Ci prova:
— Piazza Ri-sor-gimen-to!
— Bravo! E' proprio Piazza Risorgimento. Vedo che te la cominci a cavare, Impari in fretta, eh?
Sempre costeggiando gli altissimi muraglioni tirano diritto. L'amico procede a passo veloce, sembra allegro: borsa in spalla, come una piuma. Lui dietro, trascina la merce e le lunghe gambe: sente un sasso nello stomaco. Arrivano a un colonnato:
— Qui c'è la Chiesa più importante della città —, spiega il compaesano. Lui si ferma, lascia cadere il borsone, sente che il sasso preme sullo stomaco: nausea. Si posa la mano sulla fronte fredda e rovescia sulla bella colonna di marmo levigato il riso rancido, la pasta malcotta e l'aria fetida che aveva masticato tutto il giorno sul ciglio della strada. Nella testa si affollano l'aereo, il cielo e le voci udite in quel giorno interminabile: voci di una lingua ostica, che si può leggere e non si capisce...
— Suvvia!, non è nulla, è solo l'emozione, la stanchezza...Ci dormi su e ti passa. Vieni qui piuttosto, vieni a vedere che meraviglia! Che spettacolo!
L'amico aveva attraversato la selva delle colonne, lo chiamava, si sbracciava e indicava qualcosa alla sua sinistra.
— Vengo, sì. Ora vengo...
Riesce a fare quei pochi passi. La bocca è amara e impastata, sputa. Si ritrova in una piazza immensa, abbracciata da quattro file di colonne. A destra, nel buio, scorge una costruzione enorme, dominata da una cupola.
— Guarda, che meraviglia!
— E' vero! E' proprio bella! —, risponde.
E poi, con un filo di voce, quasi parlando a se stesso:
— Ma io, qui, in questa piazza così grande, io, figlio di Obafemi e Sidira, io, a tremila miglia dal Delta del Niger, io qui, che cazzo ci sto a fare?
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