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e ne tornò a casa per la settimana di riposo portandosi appresso la solita valigia e un gran pacco di libri. Poco dopo arrivò il fattorino di una libreria del centro e consegnò uno scatolone pesantissimo.
Come sempre, allo scadere del periodo di lavoro sull'isola di ferro, la casa lo aveva accolto col tintinnare dei bicchieri all'approssimarsi del pranzo, l'odore caldo della minestra, il profumo di lavanda nei cassetti e le voci sommesse.
Pochi saluti a mezza bocca, lo stretto necessario, e Dag subito si chiuse nello studio.
Passò in rassegna gli scaffali che ricoprivano le pareti e scelse qualche titolo. Frugò nella cassapanca e ne tirò fuori volumi consunti. Aggiunse i vecchi ai nuovi libri e costruì alte, instabili, colonne di carta. La disposizione sul piano della scrivania e sul pavimento, apparentemente casuale, seguiva in realtà un preciso disegno: Virgilio accanto a Chuang Tzu, Joyce e Sant'Ambrogio; Savinio con Leonardo e Michelet; Bacchilide accanto a Conrad e Rabelais...
"Bene! — si disse — E ora al lavoro!"
Appartato, quasi estraneo alla vita della casa che pure lo avvolgeva senza toccarlo, prese a sfogliare febbrilmente i volumi. Di tanto in tanto si soffermava su una pagina: leggeva e rileggeva, quindi sottolineava e il più delle volte ricopiava il brano su una scheda, diligentemente annotando il nome dell'autore, il titolo, l'edizione e il numero di pagina della citazione. Infilava la scheda in uno dei raccoglitori sistemati sul tavolo e, daccapo, riprendeva la febbrile ricerca. "In fondo — pensò — anche quel povero diavolo del vice-vice-bibliotecario di cui parla Melville deve aver affrontato un lavoro come questo, umile e glorioso, racimolando in ogni tempo e luogo citazioni vaganti, disperse allusioni. Non devo far altro che rassegnare quanto è stato detto, pensato, immaginato e cantato da molti popoli e generazioni. Devo solo squadernare idealmente alcuni libri e scegliere dei passi seguendo il mio disegno, anzi, il disegno del Mare". Lo rincuorò questo pensiero e senza ansie, ma di gran lena, riprese a lavorare. Così passò, Dag, la settimana di riposo. Estraneo in casa propria.
Sulla via del ritorno alla piattaforma off-shore, all'eliporto, Dag si incontrò coi compagni. Qualche parola di saluto. Non più di tanto. Seguiva il filo dei suoi pensieri. Mentalmente ritagliava brani di Plinio, Seferis o Karen Blixen. I frammenti, astratti dal contesto originario, rivelavano luci insospettate. Opportunamente classificati e ricuciti diventavano parte essenziale e organica del nuovo libro in fieri. Pensava. Ma di tanto in tanto gli sembrava di udire voci sommesse, lontane, inquietanti, forse le voci della casa: "Tu sei cambiato, Dag... c'è in te qualcosa... e poi, quello sguardo fisso, vitreo, quel tuo guardare altrove mentre mi guardi... sguardo fisso, vitreo, sguardo di pesce...". Sobbalzava Dag a quelle voci e per sommergerle si aggrappava ad un verso di Tennyson, lo legava ad una o due parole di Neruda e mentalmente riannodava il tutto a frammenti di Alceo, Heine e Lorca. E quelle voci sparivano o meglio si allontanavano.
Intanto, nella sala di smistamento dell'eliporto, tra gente che andava e veniva, Dag riuscì finalmente a togliersi gli stivaloni antisdrucciolo e li ripose nel borsone da viaggio. Con un guizzo si infilò all'interno della tuta di sicurezza arancione e meccanicamente se la assestò sulle piccole spalle, chiuse le varie cinghie e tirò la zip.
— Ecco, sono pronto —, disse ai compagni che lo invitavano a far presto. Tirò fuori la carta d'imbarco e si mise in fila con gli altri.
In fila, ordinatamente, uscirono all'aperto. La giornata era grigia e il freddo pungente. Avanzavano lentamente, goffi nelle tute antiassideramento, tanti robot arancione, e lentamente salirono sull'elicottero aziendale. Presero posto, finsero di ascoltare le rituali raccomandazioni del pilota, allacciarono le cinture di sicurezza, si accertarono di non aver lasciato nulla a terra e, via!, col vento. Sotto, il mare.
"Eccolo! Eccolo di nuovo! Eccolo, finalmente, il mare! —, si disse Dag. — Certo, c'è un mare fisico, reale, fenomenico. Ma vi è anche un mare letterario, immaginario quindi, parallelo al primo. Un mare riflesso? D'accordo. Ma non fittizio, non mero specchio: un mare vivo, perbacco!, un mare che vive in una dimensione invisibile ai più, ma corporeo, accidenti!, per chi abbia gli occhi per guardare!"
Il sole torna a splendere e Dag si mette ad osservare, sotto di lui, il mare che si frastaglia lungo la costa, ora spumeggiando ora riposando in colori più teneri, dal turchese al verde smeraldo. Di frequente si inoltra nei fiordi, lento, sovrastato dalle rocce scure, si ferma quasi, alitando appena, ora grigio argento, ora cobalto, secondo l'incidenza dei raggi del sole. E infine si fa specchio: rocce e cielo si rovesciano e innalzano il mare dei fiordi sopra le proprie teste. Capovolto il mondo, l'azzurro cerca di nuovo i grandi spazi liberi orizzontali, si dispiega in nuove tonalità di blu, danza intorno ad isole, sguscia tra gli scogli sempre più frequenti: "E' un labirinto — pensa Dag —, un labirinto di cui soltanto il mare conosce l'intima ragione". Poi, con un grande, sterminato respiro le acque si allargano, fino a comprendere l'intero mondo visibile.
Alla fine arrivarono all'arcipelago d'acciaio: una flotta di navi immobili. L'elicottero si posò sull'isola principale e mentre le eliche giravano ancora, i passeggeri scesero a testa bassa. Come gli altri, Dag prese le sue cose e andò a registrare il proprio arrivo. Prese le chiavi della cabina, si inoltrò nel familiare groviglio di corridoi, porte e scalette ed ebbe la sensazione d'essere, in qualche modo, tornato a casa.
La prima giornata di lavoro passò fra tubi, aste, scalpelli di tungsteno. Dopo aver cenato nella sala mensa si accomodò nel fumoir e si mise ad osservare i compagni, chi seduto intorno a un tavolo, chi sprofondato su un divano. Molti ridevano, discutevano o commentavano. Altri restavano appartati, fumando, sorseggiando un caffè, pensando forse ai prossimi giorni di riposo, alla casa, alla famiglia, in America, in Norvegia o chissà dove, all'erba da tagliare in giardino, alle calendule che quest'anno sono già sfiorite. "Non v'è un prato, non un fiore in tutto l'arcipelago. Il bianco, il giallo e l'arancione che si stagliano sul blu del mare sono di freddo acciaio", pensò Dag. E gli parve di vedere in qualche volto un'ombra di malinconia. "Perché l'uomo, inesorabilmente, è creatura di terraferma. Non io, però. Non io!", concluse con orgoglio.
Si alzò e si avvicinò al bancone, dove la ragazza in camice bianco e i capelli raccolti sulla nuca dispensava strudel e tazze di tè. Chiese un caffè e la ragazza glielo porse quasi subito con un ampio sorriso e due o tre parole mormorate con un filo di voce. Dag, anche lui sorrise, e continuò a guardarla mentre correva da un capo all'altro del bancone e serviva bicchieri di latte, succhi di frutta, danish pastry. Bevve d'un fiato la tazza nera fumante, salutò tutti e risalì sul ponte. Vagò un bel pezzo per l'isola pentagonale, tenendo ben stretto il collo del giaccone per ripararsi dal vento freddo.
E' notte fonda, ma c'è ancora luce: il sole, appena velato dalle nebbie, non se ne andrà del tutto, per qualche mese ancora. E Dag si ferma ad osservare l'immensità oceanica: è il più scuro dei blu, nella foschia. Le onde si abbattono sui pilastri d'acciaio, vi si avvolgono, arretrano, mostrano il dorso e poi di nuovo si avventano sulle poderose strutture che reggono la piattaforma. Salgono e scendono, si avvitano. S'increstano i frangenti, schiumano.
Le mani dell'uomo infreddolito sono ormai fragili come il cristallo. Il vento gelido del Polo taglia la gola come una lama. Qualcuno passa lì accanto: —... scarichiamo e applichiamo il setting tool, poi andiamo giù con lo scalpello... —, dice.
Non ascolta Dag, che osserva trasognato il mare e il cielo nella foschia della notte bianca. I rumori di ferro alle sue spalle si allontanano, si spengono. Si odono soltanto il tumulto delle acque, alte e fragorose, e sullo sfondo, il potente respiro del mare. Anche il cielo è in movimento e cerca la sua forma, si raccoglie in volumi cupi e poi si distende in figure che procedono una dietro l'altra, come carri allegorici di un corteo di carnevale. Ed ecco s'avanzano, lassù, in dimensione gigantesca il Vascello Fantasma e Sigfrido in viaggio per l'Islanda e la nave del Vecchio Marinaio. D'un balzo, ridacchiando, attraversa tutto l'orizzonte il Barone di Münchausen, mentre Thyl Ulenspiegel comincia a raccontare storie di mari allegri e ghiacciati e Burns canta e Keats gli risponde coi suoi versi, tra lampi, scrosci di pioggia e onde che si impennano. Dag, immobile sulla piattaforma, al centro dell'Universo, sente ricongiungersi sul proprio corpo le acque del cielo e della terra. Sente qualcosa in sé, dentro di sé: un brivido interiore gli rivela che il suo sangue stesso ha mutato sostanza. Poi le figure del cielo si diradano, la notte rischiara e il mare si calma, prende a riposare, con respiro monotono, regolare, come se nulla fosse accaduto. "Ed è naturale che sia così — venne in mente a Dag —, perché la terra ricorda l'uomo e ne porta l'impronta, mentre il mare è eterno e immutabile e non ricorda che se stesso".
Con questi pensieri, prese la via della cabina, evitando recipienti di grasso, schivando gli ingranaggi e la gente indaffarata, l'effimero mondo di uomini e di cose.
Arrivò in fondo all'ultimo corridoio, entrò nella sua stanza e restò un attimo fermo, in piedi, a pensare. Guardò l'orologio e decise. Tirò fuori le scartoffie, le schede, le pagine ritagliate. Si accomodò in poltrona e prese a leggere meccanicamente, forse distrattamente, come se aspettasse qualcosa. Rilesse i titoli dei capitoli del suo libro in fieri..."Il mare in principio... Definizioni...Profili del mare...Conoscere il mare... Mare come metafora...". Guardò di nuovo l'orologio. Aprì il fascicolo intitolato "Aggettivazioni" e scorse le varie schede: "... il mare può essere soave, disteso nella sua azzurrità, oppure ostile, terribile, ma sempre misterioso, divino...".
Alzò lo sguardo dai fogli, Dag, e tese l'orecchio, frugando nel silenzio. Udì soltanto lo stridio dello scalpello, un rumore ritmico e lontano, attutito dal labirinto di corridoi, sale e ponti che lo separavano dalla sonda. Riprese a leggere, cercando inutilmente la concentrazione sul suo mare letterario: "... divino, popolato di milioni di spiriti e ombre miste, di sogni annegati, di sonnambulismi, di fantasticherie... mutevole come i suoi colori, incontenibile, inafferrabile, inconoscibile forse...".
Un bussare frettoloso interrompe la lettura. La porta era solo accostata. Entra la ragazza della sala mensa con le labbra rosse ben disegnate e i capelli raccolti sulla nuca. Indossa ancora il camice bianco, profumato di strudel.
— Eccoti, finalmente! —, dice Dag e gli cadono dalle mani tutte quelle carte. Si alza e s’avvicina alla ragazza, che gli spalanca un sorriso e lo attende lì, ferma, in mezzo alla stanza. Le bacia le guance, sanno di vento, il vento del ponte, fresco e carico di sale. In piedi, di fronte a lei, prende a sfilarle il camice. Lei lascia fare, senza inutili pudori, e rimane nuda, avanti a lui, come una sirena. Ecco, s’accosta ai seni, che sanno di vaniglia e di crema pasticcera, e delicatamente li sfiora con le labbra. Ora Dag si inginocchia. Lei preme le dita sui suoi capelli azzurri e protende il proprio corpo verso la bocca di lui:
— Sì! —, farfuglia Dag —, ora sì, lo sento l'odore, il sapore del mare, mare profondo, mare infinito —. Si inarca di piacere la Sirena, come un'onda, e vaga per l'aria la sua bocca: fremente già pregusta il sale marino del corpo di lui.
— Amami amore, mare mio, amami mare ! —, dicono entrambi.